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IO SO CHE TU SAI CHE IO SO

Salve professor Falken, strano gioco; l’unica mossa vincente è non giocare!” Così rispondeva Joshua, il mostruoso computer del NORAD, a pochi istanti dall’apocalisse nucleare. Il film era “Wargame”, gli anni quelli di Reagan e de “l’impero del male”. Da allora sono trascorsi quasi quarant’anni durante i quali in pochi avranno pensato realistico evocare il fantasma nucleare sull’Europa. L’ha fatto Vladimir Putin, presidente della Federazione russa, alle prese in questi giorni con l’incerto andamento della sua guerra contro l’Ucraina. Il 24 febbraio, un giovedì qualsiasi è arrivata infatti la guerra; quella vera. La paura di un nuovo conflitto mondiale, l’inverno nucleare, la possibilità di una prossima fine del mondo hanno interrotto la zuffa epidemica alla quale, dobbiamo confessarcelo, c’eravamo anche abituati. Ma se ci si ferma a riflettere scopriremo che, paradossalmente, è stata proprio la paura, anzi il terrore a garantirci il più lungo periodo di pace nella storia dell’uomo. Certo dalla fine della 2^ guerra mondiale di crisi globali e guerre locali ne abbiamo avute tante, qualcuno dice più di cinquecento, ma mai siamo stati davvero sul punto di giocarci la vita dell’intero pianeta e credo che, malgrado le truculente descrizioni della TV di stato russa, non lo siamo neppure questa volta. Tuttavia una remotissima possibilità rimane; laggiù, nell’Ade dell’inimmaginabile ma pur sempre reale, vediamo quindi come siamo arrivati a questo punto.

Nei diecimila anni della storia della guerra ci sono due date che faremo bene a ricordare perché è a partire da quei due giorni che l’umanità ha davvero avuto la concreta possibilità di estinguersi per un atto volontario. La prima è il 6 agosto 1945, un lunedì, quando alle 8,15 gli americani annunciarono al mondo e a 150.000 ignari giapponesi di avere il monopolio della morte nucleare. L’altra è un altro lunedì di quattro anni dopo, il 29 agosto 1949, quando a Semipalatinsk, nel remoto Kazakistan, i russi fecero esplodere la loro prima bomba atomica, annunciando che il monopolio era finito. Da quel momento inizia la costruzione dell’equilibrio di terrore tra le due superpotenze, un equilibrio basato su una certezza: mai, in ogni momento, in qualsiasi circostanza un attacco nucleare portato dall’uno contro l’altro avrebbe garantito una vittoria che avesse un minimo di senso. Per decenni e ancora oggi si è trattato quindi di conservare un equilibrio dinamico dove ognuna delle parti ha cercato di aprire uno spiraglio a quell’impossibile vittoria; spiraglio rapidamente chiuso dall’antagonista di turno attraverso l’introduzione di nuovi armamenti, più precisi, più letali e più numerosi. E via così.

Si era iniziato negli anni ’50 con i bombardieri strategici, aerei in grado di trasportare in qualche ora una bomba atomica sul territorio del Nemico. I missili a quel tempo erano ancora troppo rudimentali, troppo inaffidabili e troppo imprecisi per affidare loro una missione così definitiva. Ci vollero gli anni ’60 perché sia la Russia sia gli Stati Uniti arrivassero a costruire missili che fornissero una certa garanzia. Ad arrivare per primi furono i russi che tirarono fuori l’R-7 Semiorka, un mostro di 280 tonnellate alto 30 metri capace di trasportare una testata atomica a 9.000 chilometri dal luogo di lancio con la precisione di qualche chilometro. Gli americani risposero con l’ATLAS che di tonnellate ne pesava la metà ma arrivava a 18.000 chilometri e via così per tutti gli anni ’60 e ’70. Sono gli anni dei MINUTEMAN, dei JUPPITER e di un’intera famiglia di missili russi dai nomi impronunciabili che sostanzialmente davano vita a due famiglie diversi: i missili balistici e quelli da crociera o “cruise”, per dirla all’americana. Si trattava e si tratta ancora di armi completamente diverse. I primi, i missili balistici si comportano come un sasso lanciato lontano. Hanno cioè una traiettoria balistica con un tratto ascendente; un vertice , di solito ben fuori dall’atmosfera, e un tratto discendente che termina sull’obiettivo. Poche o nulle le possibilità di modificare la traiettoria. Un cruise è un’altra storia. E’ sempre un missile ma somiglia e si comporta come un aereo. Il suo volo all’interno dell’atmosfera è programmabile e anche largamente modificabile. fino al punto di impatto. Dopo questa necessaria precisazione torniamo ai missili.  Per mantenere l’equilibrio non bastava avere missili intercontinentali in grado di annichilire il Nemico, il suo esercito e le sue città. Bisognava prima essere certi che il Nemico che volevamo annichilire non fosse in grado di distruggere i nostri missili prima che noi distruggessimo i suoi.  In altri termini oltre a possedere un missile micidiale bisognava disporre anche di un luogo dove custodirlo e che fosse a prova di bomba. E’ questa l’epoca delle grandi basi missilistiche tanto care alla cinematografia degli anni ’70. Enormi silos di cemento armato e acciaio, sperduti nelle praterie americane o nelle steppe sovietiche, centri comando a centinaia di metri sotto terra, recinzioni e aree riservatissime. Ed è tutt’oggi ad esempio per la Russia che affida a missili balistici intercontinentali gran parte delle circa 4.477 testate nucleari di cui si stima disponga (stime 2022). I siti di lancio fissi sono visibili dallo spazio, e le loro attività, anche lo sfalcio dell’erba sono monitorate secondo per secondo offrendo così la reciproca e quotidiana possibilità di sapere se il mio Nemico anche oggi ha deciso di regalarsi un giorno di vita oppure sta facendo qualcosa di inatteso e preoccupante. In questo caso reagirò immediatamente, lui se ne accorgerà subito e probabilmente si tornerà nella normalità il più presto possibile. Tutto risolto? Certo che no. Ad entrambi le potenze atomiche era infatti venuto in mente che, in fondo, questi missili potevano essere lanciati anche da un treno o da un camion piuttosto robusto. Come si fa a tenere sott’occhio ogni camion e ogni treno dalla Siberia alla Montagne Rocciose? A quel punti l’equilibro sarebbe stato troppo dinamico e la possibilità che qualcuno ne approfittasse troppo alte. Che fare? Semplice, si rilancia con qualcosa di ancora più difficile da individuare; un sottomarino a propulsione nucleare, ad esempio. Un battello da un miliardo di dollari in grado di navigare in immersione per mesi e di arrivare così vicino alle coste nemiche da non dar tempo neppure di recitare l’ultima preghiera. Sul finire degli anni ’70 si era quindi composta quella che ancora oggi è definita come la “triade nucleare”, formata da bombardieri strategici, missili intercontinentali e sottomarini nucleari. Anche la triade merita una veloce riflessione. Se un bombardiere che trasporta qualche ordigno nucleare impiega infatti qualche ora per raggiungere il punto di rilascio e lo stesso per un sottomarino, allora posso anche avere il tempo per tentare di far rientrare la crisi, di cercare una soluzione o di convincere il Nemico che si fa sul serio. Basta un messaggio all’ultimo secondo e il bombardiere, con un’elegante scivolata d’ala, rientrerà alla base e il sottomarino potrà invertire la rotta. Insomma nella triade bombardieri e sottomarini permettono di spaventare a morte ma anche di fermarsi prima dell’irreparabile. Il missile invece non dà tempo. Una volta che l’autorità suprema ha deciso di lanciarlo e la sequenza di lancio sarà ultimata decollerà e arriverà sul bersaglio in meno di un’ora, senza possibilità di ripensamento. E’ l’arma definitiva. Si potrebbe ora discutere di missili a combustibile solido o liquido, di missili cruise, di MIRV e di sistemi di guida a mappatura stellare. Argomenti tutti interessantissimi che però rischiano di distogliere il ragionamento dal suo punto cruciale. Siamo noi in grado, o meglio, sono in grado i decisori ultimi di provare il necessario terrore che gli impedirà anche il solo pensare a ricorrere all’arma nucleare? In fondo la costruzione di missili nucleari tattici, cioè meno potenti, l’invenzione delle testate multiple e indipendenti, i sistemi di guida in grado di colpire con una scarto di qualche metro non risolvono la questione. Chi decide ha o non ha la percezione intima di cosa sta facendo? Avverte una salvifica paura? Si entra qui nel campo della fede che nessuna procedura di sicurezza, per quanto accurata e testata, può rendere una certezza. Vorrei pensare che ogni volta che una delle potenze atomiche ha forzato la mano agitando la sua valigetta nucleare lo ha fatto solo per ricordare a tutti che è necessario avere paura e di conseguenza scegliere un’altra strada. Si è accennato qui alle potenze atomiche, ma quante sono e soprattutto, ci si può fidare? Decidete voi. Della Russia e degli Stati Uniti abbiamo già parlato; ad essi da anni si è affiancata la Repubblica Popolare Cinese che da non molto, grazie ai sottomarini classe Shang, dispone anch’essa della triade nucleare così come Francia, Gran Bretagna, India e Pakistan. Israele e Corea del Nord completano il club, ma non dispongono di sottomarini in grado di rilasciare missili balistici nucleari. Ciascuna di queste nazioni ha la possibilità di condurre o di reagire a una guerra nucleare il che le rende completamente diverse da tutte le altre, sia nella politica, sia nella considerazione del loro collocarsi nel consesso mondiale.

Alla luce di questa panoramica come si inquadrano duque le parole di Putin circa armi terribili e mai viste? In larga parte si tratta, come è ovvio, di propaganda. È propaganda infatti l’ultimo missile RS-28 “SARMAT”, che la NATO denomina “SATAN”. I russi, in base ai nuovi obblighi del Trattato START, hanno infatti adeguatamente informato gli Stati Uniti del test e gli USA hanno monitorato il collaudo del missile russo con due aerei RC-135S Cobra Ball. Questi aerei dispongono di apparecchiature specializzate per tracciare questi tipi di armi e raccogliere dati di telemetria e altri dati di intelligence elettronica, nonché immagini visive. Dunque il lancio avvenuto il 20 aprile 2022 alle 15:12 (ora di Mosca) dal cosmodromo di PLESETSK nella regione di ARKHANGELSK era perfettamente noto. Così come è noto che il SARMAT è stato lanciato con successo da una postazione fissa terrestre e che le attività di collaudo del lancio sono state completate con successo con le testate multiple di addestramento che hanno colpito obiettivi nel poligono di addestramento di KURA nella penisola di KAMCHATKA. Si sa anche che nella base missilistica di UZHUR, nel territorio di KRASNOYARSK, sono in corso i lavori per preparare il reggimento missilistico locale al nuovo sistema d’arma che sostituirà il più anziano R-36M “VOEVODA” dell’era della Guerra Fredda.

Non c’è da preoccuparsi dunque. In realtà qualche motivo di preoccupazione lo si potrebbe avere e riguarda la famiglia delle cosiddette “armi ipersoniche”. Si tratta di missili che si muovono nell’atmosfera ma ad elevatissima velocità – si parla da mach 5 a mach 25 – che tradotto in chilometri all’ora, per chi riesce ad immaginarlo, sarebbero da 6.000 a 30.000 km/ora. A quelle velocità il tempo di volo e anche la capacità che questi missili hanno di cambiare traiettoria rendono la loro scoperta e il successivo abbattimento quasi impossibile. Ecco quindi che sono armi che rompono quell’equilibrio dinamico a cui si è sempre accennato. Oltretutto Russia e Cina, competitori primari degli Stati Uniti, sono molto avanti in questo settore sebbene Washington abbia investito moltissimo per ristabilire l’equilibrio e, magari, spostarlo a suo favore. Si tratta dunque della solita meccanica di azione e reazione che da settant’anni regola gli equilibri in questo pianeta. Reggerà per sempre o da qualche parte c’è già un dottor Stranamore pronto a tentare il colpo, magari di lunedì, magari d’agosto. Vedremo.

FRIGO BAR- A DONALD PIACE L’ICE- Seconda parte.

Nella prima parte si è ripercorsa a grandi linee la storia della Groenlandia e del suo rapporto con la Danimarca e gli Stati uniti. In questa seconda parte si entrerà nella storia recente e nell’attualità.

(SECONDA PARTE) Ma perché Donaldo ha tutta questa smania di annettersi, comprarsi o invadere la Groenlandia? E’ solo la necessità militare di proteggere gli Stati Uniti o c’è dell’altro? Iniziamo dall’aspetto militare.

Ad oggi nella la base aerospaziale di Pituffik, la maggiore dell’isola, operano meno di 200 militari americani dell’aeronautica (USAF) affiancati da qualche collega danese. Operativa dal 1952, nei primi cinque o sei anni la base fungeva da scalo intermedio sulla rotta aerea tra il Nord America e l’Europa settentrionale, soprattutto per i bombardieri strategici B-36, in grado di trasportare armamento nucleare (foto)

Dopo il 1958, anno in cui i vecchi B-36 vennero sostituiti dai più moderni B-52, bombardieri strategici con maggiore autonomia, la base venne riconvertita e divenne parte del Balistic Missile Early Warning System (BMEWS). Si trattava di un ampio progetto di allerta avanzata volto ad individuare eventuali attacchi missilistici provenienti – si immaginava – dal territorio dell’ Unione sovietica. Dal momento che per i missili russi la rotta più breve per il Nord America – nota come “grande cerchio” passava sopra il polo nord, le strutture del sistema BMEWS vennero prima di tutto realizzate in Alaska e in Groenlandia (foto). A latitudini come quella artica, infatti, la curvatura terrestre fa sì che il preavviso possa essere superiore rispetto ad altri siti localizzati a latitudini più meridionali, il che in caso d’attacco significa un vantaggio di vari minuti per le contromisure.

Proprio nel 1968, mentre a New York si inaugura il Madison Square Garden e a Parigi gli studenti incendiano il maggio francese, alle 12:00 del 21 gennaio, dalla base aerea di Plattsburgh, New York decollava il B-52 HOBO 28, diretto a Pituffik . A bordo aveva sette uomini d’equipaggio e quattro bombe termonucleari B28 (foto). L’HOBO 28 faceva parte della Chrome Dome, un’operazione sviluppata dal 1961 al 1968 dall’aeronautica degli Stati Uniti in funzione di deterrenza. L’operazione prevedeva, tra l’altro, che un certo numero di bombardieri strategici B-52 rimanessero permanentemente in volo su rotte prestabilite che sorvolavano l’artico canadese, l’Alaska, la Groenlandia e persino il Mediterraneo.

Dopo un rifornimento in volo senza problemi, l’aereo iniziò la sua orbita sopra la Baia di Baffin e la base di Pituffik. Era quella una missione di routine nell’ambito dell’operazione “Thule Monitor” una componente della più generale Chrome Dome . La missione serviva a verificare che la base di Pituffik fosse pienamente operativa, in grado cioé di distinguere un vero attacco sovietico da qualche possibile inconveniente tecnico. In quegli anni, successivi alla crisi dei missili cubani, il confronto tra Stati Uniti e Unione Sovietica aveva raggiunto livelli altissimi. Per scongiurare la possibilità di una catastrofe nucleare le due superpotenze avevano trovato un accordo basato sull’equilibrio del terrore. Il nome di quel concetto strategico suona ancora oggi brutalmente terrificante: “Mutual Assured Destruction” (MAD). In termini pratici voleva dire che qualsiasi attacco nucleare proveniente da una delle due superpotenze avrebbe immediatamente e automaticamente scatenato un analogo e più massiccio contrattacco nucleare da parte dell’altra. Per dare concretezza all’idea i rispettivi sottomarini lanciamissili erano tenuti permanentemente in mare, così come i missili balistici erano mantenuti nei loro silos in posizione di “pronti al lancio” e i bombardieri strategici con il loro carico di bombe nucleari permanentemente in volo, 24 ore su 24, ogni giorno dell’anno. il B-52G HOBO 28 al comando del capitano John Haug era appunto una di quelle sentinelle e la sua missione era di volare in tondo sulla baia di Baffin e sulla base di Thule finché un altro B52 non gli avesse dato il cambio (foto).

Un volo di routine se non fosse che alle 18.22 fu segnalato un incendio a bordo. 15 minuti dopo il comandante ordinava l’abbandono dirigendo l’aereo e le sue bombe verso la costa groenlandese dove l’aereo si schiantò sul ghiaccio della Baia di North Star, esplodendo in una palla di fuoco.  Le cariche convenzionali delle bombe nucleari detonarono, disperdendo plutonio sul ghiaccio, senza però innescare un’esplosione nucleare. I resti di tre delle quattro bombe nucleari vennero comunque recuperati nei giorni successivi, ma della quarta non se ne seppe più nulla.

La storia nucleare della Groenlandia non si esaurisce qui. Sempre in quegli anni, a 200 km dalla base di Pituffik, il Dipartimento della Difesa americano realizzò una piccola base, Camp Century (foto). In apparenza si trattava di un’istallazione di preminente interesse scientifico, ma in realtà nascondeva i lavori per la realizzazione del progetto “Iceworm”, un’enorme base segreta, scavata nella profondità del ghiaccio e pronta ad ospitare missili balistici a testata nucleare in grado di raggiungere l’URSS in pochi minuti. Per motivi tecnici il progetto non andò avanti, ma toccò attendere il 1996 perché potesse venire alla luce.

Dopo questi incidenti la Danimarca – questa scocciatrice – impose che lo schieramento di ordigni nucleari sull’isola dovesse esserle notificato in anticipo e previa il suo nulla-osta. Per fortuna oggi i tempi sono molto cambiati; la guerra fredda è terminata e anche l’Unione sovietica non c’è più. Certo, la Federazione russa possiede ancora circa 4500 testate nucleari, ma i tempi del B52 HOBO 28 per fortuna sono passati. Oggi la base di Pituffik dispone di una pista di atterraggio di circa 3.000 metri in grado di operare tutto l’anno e di un porto dalle acque profonde idoneo all’ormeggio di navi di grandi dimensioni, ma il cuore della base rimane ancora uno dei cinque Solid State Phased Array Radar System che la difesa statunitense impiega sempre nell’ambito del Balistic Missile Early Warning System (BMEWS). Oggi si tratta di un sistema ben più complesso e potente rispetto al BMEWS degli anni ’60. Il compito primario rimane sempre quello di sorvegliare lo spazio sopra il polo e oltre per individuare immediatamente la traiettoria di eventuali missili balistici, ma ad esso si affianca anche la capacità di sorveglianza satellitare e spaziale. Attualmente, oltre al personale di servizio e logistico, nella base è presente un distaccamento di circa 150 militari del 23° Space Operations Squadron responsabili del sistema radar BMEWS (foto).

Dal punto di vista militare la situazione attorno alla Groenlandia è oggi assai più rilassata di quanto lo fosse 40 o 50 anni fa, quando nessuno a Washington strepitava per annettersela.  La Federazione russa, pur rappresentando ancora un avversario militare di tutto rispetto – soprattutto nel settore nucleare – è uscita molto ridimensionata dalla fine dell’Unione sovietica e nella situazione attuale  ciò che Putin sta caparbiamente cercando di ottenere è tornare ad avere il riconoscimento di superpotenza da parte americana. Naturalmente Mosca è assolutamente cosciente che il divario demografico, tecnologico, industriale ed economico con Washington è difficilmente colmabile in tempi ragionevoli. Oltretutto la marina militare di Mosca, primario fattore per ogni proiezione di potenza, è quasi inesistente se paragonata alla US Navy, figurarsi quindi un attacco russo contro gli interessi americani, e ancor peggio contro il territorio statunitense. L’altro competitor di Donaldo il Biondo, vale a dire la Cina, è già una superpotenza globale. Lo è di certo dal punto di vista economico e tecnologico, delle relazioni internazionali e della proiezione di potenza. Pechino ha comunque ancora molto da lavorare per raggiungere la parità con Washington in termini di potenza militare, ammesso che sia quella la strada che il Dragone intende percorrere. Se poi si fa specifico riferimento alla situazione dell’artico e alla possibilità che la Cina, in qualche modo, possa dominare le future rotte commerciali che si apriranno da quelle parti causa la malaugurata fusione dei ghiacci è bene ricordare che esiste un solo accesso possibile all’Artico da parte cinese – o di chiunque altro voglia utilizzare le rotte artiche fra il Pacifico e l’Atlantico: lo Stretto di Bering, che separa il Nordamerica dall’Asia, e più precisamente l’Alaska dalla Siberia (foto).

Questo stretto è largo solamente 50 miglia marittime, e al suo centro ha anche due isole, una americana e una russa, con stazioni di ascolto, rilevamento e tracciamento che rendono impossibile il passaggio senza che questo sia rilevato. Questo fondamentale passaggio è completamente sotto il controllo della Marina degli Stati Uniti tramite le basi aeronavale di Anchorage in Alaska e di Dutch Harbour nelle Aleutine.

Quindi anche la Cina, nel breve o medio termine non rappresenta di certo una minaccia diretta alla sicurezza nazionale tale da non far dormire Donaldo il Biondo. E allora? Se non è una minaccia e forse neppure un rischio militare ad animare el presidente conquistador sarà forse la volontà di impadronirsi dell’eldorado nascosto sotto 3 km di ghiaccio? Forse, ma non sarà sfuggito neppure a lui che ad oggi i costi per raggiungere e commercializzare quel che si riuscirebbe a trovare sono molto, ma molto più alti dei ricavi che se ne potrebbero trarre e l’amministrazione Trump vuole certo far soldi, ma velocemente. Non è quindi disposta ad aspettare dieci o vent’anni prima di buttare sul mercato i tesori groenlandesi. Dell’aspetto ambientale e della possibilità di distruggere o compromettere un ecosistema delicatissimo e vitale per l’intero pianeta non ne parliamo neppure. La tutela e il rispetto per il Creato non sono in cima alla lista delle priorità per la Casa Bianca. Allora perché tutta questa fretta? Proviamo ad avanzare un’ipotesi.

Gli Stati Uniti stanno agendo come qualsiasi altro impero ha fatto nel corso della storia, vale a dire che quando si presenta la possibilità di acquisire un territorio ritenuto utile o indispensabile alla propria strategia lo si prende e basta. Alla faccia del diritto internazionale e delle regole. Non è certo una novità. Ci aveva pensato già Tucidide, nel V sec. a.C. a ricordare ai poveri Méli e a noi che è la forza e non la giustizia a regolare i rapporti tra comunità e duemila anni dopo è stato il filosofo Hobbes nel “Leviatano” (1651) a ribadire che i rapporti tra uomini e tra comunità sono basati sulla reciproca paura. LE paure possono essere molteplici: paura di essere uccisi, di perdere il potere, di essere dominati, di non avere più un’identità. Trump e quella parte di America che lo ha eletto a proprio rappresentante sono figli sia della paura di Hobbes che del potere della forza di Tucidide.

In questo contesto Trump ha preso coscienza che gli USA si sono creati da soli gravissime fragilità interne strutturali, economiche e che se non saranno risolte in brevissimo tempo rischiano di portare l’Impero americano se non al tracollo almeno al declino. In questa prospettiva la Groenlandia come il Venezuela ed altre iniziative rientrano nella stessa sgarbata politica di potenza.

Le direttrici di questa politica sono chiaramente indicate nella citatissima National Security Strategy là dove indica chiaramente che l’interesse degli USA è porre in sicurezza e sotto il proprio diretto controllo l’emisfero occidentale. In altri termini Donaldo intende costruirsi un bunker da cui fronteggiare le future minacce al potere globale degli Stati Uniti; un bunker o se preferite una zona esclusiva nella quale Cina e forse Russia non sono ammesse in alcun modo.

Qualcuno individua in questo il risorgere delle antiche “zone di influenza” della guerra fredda. Forse hanno ragione, ma si deve considerare un particolare non da poco. Al tempo delle bombe atomiche perse in Groenlandia le sfere di influenza erano due e nessuno dei contendenti si sognava di entrare nella zona dell’altro. Oggi quello che Trump non perde occasione di ribadire è che certamente gli Stati Uniti renderanno più forte e inespugnabile la propria zona di influenza la quale, secondo lui, deve andare dal citato stretto di Bering fin giù alla Terra del Fuoco con l’appendice della recalcitrante e debole Europa. Gli Stati Uniti sono anche disposti a riconoscere alla Cina e alla Russia la possibilità di avere a loro volta una propria zona di influenza in cui godere di una certa libertà di movimento. Questo non impedirà, tuttavia, agli Stati uniti di agire autonomamente in quelle zone.

Non si tratta certo di una visione concordata tra Washington, Mosca e Pechino quanto piuttosto di una proposta di momentaneo buon vicinato volta ad evidenziare gli immediati vantaggi di un confronto più soft tenendo sullo sfondo gli esiti esiziali di uno scontro vero e proprio. Per ora né Mosca, né soprattutto Pechino hanno fatto sentire il proprio punto di vista. In linea di principio avrebbero tutta la convenienza a farlo, ma come spesso accade è nei dettagli che si nasconde il diavolo.

Chi deciderà i limiti delle rispettive zone di influenza? Dove si comporranno i dissidi o peggio ancora le tensioni? Purtroppo, non c’è più un papa Giulio II in grado di far accettare un nuovo trattato di Tordesillas, né l’ONU sembra possedere un’analoga autorità, semplicemente perché esso è emanazione di un mondo che sta scomparendo. Il primo ministro canadese Mark Carney (foto), nel discorso tenuto all’World Economic Forum di Davos il 19 gennaio 2026, ha offerto una sintesi perfetta della situazione, dicendo :” lasciate che sia diretto: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione. Negli ultimi due decenni, una serie di crisi nei settori finanziario, sanitario, energetico e geopolitico ha messo a nudo i rischi di un’integrazione globale estrema”.

Che proprio gli Stati Uniti siano se non gli unici almeno i principali responsabili del fallimento del globalismo poco importa. Sarà stata l’euforia per la fine vittoriosa della guerra fredda; il piacere di vedere il proprio avversario non sconfitto, ma addirittura disciolto oppure la prospettiva di dettare incontrastati le regole da rispettare nel nuovo secolo americano fatto sta che la convinzione di aver avviato una globalizzazione dagli equilibri immodificabili è stata condivisa da almeno quattro presidenti americani iniziando da Bill Clinton e proseguendo con Bush jr, Obama e Biden. In quei trent’anni gli equilibri non sono rimasti immobili. La Cina non ha accettato di rimanere la fabbrica del mondo per prodotti a bassissimo valore aggiunto e a prezzi stracciati; la Russia non si è rassegnata ad essere una “potenza regionale che sta perdendo di forza” come l’ebbe a definire Barrack Obama nel marzo del 2014, l’India si è messa in cammino e in molte delle nuove potenze che venivano ritenute bloccate nel nuovo ordine mondiale in posizione fissa si sono messe in movimento e a grande velocità. I BRICS, pur nella loro eterogeneità sono un chiaro segnale della non accettazione di un destino già scritto.

Già nel 2001 Karl  Rove, vice capo di gabinetto sotto la presidenza Bush jr sosteneva che: “noi (gli Stati Uniti) siamo un impero e quando agiamo creiamo la nostra realtà. E mentre voi studiate diligentemente questa realtà noi continueremo ad agire per crearne di ancora di nuove”.  Ecco dunque che Trump si è presentato agli americani come il Mr. Wolf di Pulp Fiction: “sono Mr Wolf. Risolvo problemi!

Per Trump e per gli Stati uniti del popolo MAGA la soluzione del problema è di prendere il sistema che è divenuto disfunzionale ai loro interessi e riconfigurarlo e se questo non sarà conveniente o possibile distruggerlo e sostituirlo con un altro.

Si deve dare atto alla prima presidenza di aver chiaramente percepito come gli Stati Uniti non avrebbero portato mai a compimento il sogno del secolo americano percorrendo la strada della globalizzazione dominata dal dollaro e dalla convinzione di poter imporre a tutto il pianeta l’american way of life. La seconda presidenza non è che l’attuazione brutale della cura al male individuato nella prima. Anche in questo non si può negare certo la coerenza. La variabile che oggi condiziona l’azione americana è però il tempo. Secondo Trump e i suoi numerosi sostenitori ne è rimasto davvero poco prima che gli Stati Uniti non saranno più in grado di contrastare il tentativo di detronizzarli da parte della Cina.

Al di là degli aspetti più evidenti della debordante personalità di Donaldo il Biondo si può dire che la ruvida brutalità delle sue scelte derivi da un’analisi della situazione per molti aspetti condivisibile nonché dalla consapevolezza di non avere molto tempo a disposizione. L’affannosa corsa trumpiana deriva, infatti dalla convinzione che la Cina stia ormai procedendo a velocità tale che entro 10 o 15 anni diventerà un osso troppo duro per essere morso dallo Zio Sam. A questo si aggiunge la consapevolezza che la sua presidenza e la sua visione del problema e delle soluzioni potrebbero non essere confermate già alle prossime elezioni presidenziali.

Si tratta quindi di far sopravvivere l’antiglobalismo trumpiano allo stesso Trump e questo si può sperare solo convincendo milioni di americani di aver imboccato la strada giusta e per questo è necessario portare a casa risultati tangibili, vale a dire migliori condizioni di vita, inflazione in calo, maggior prestigio internazionale, meno spese e più investimenti.

Come prima mossa Donaldo il Biondo e la sua numerosa tribù hanno deciso di costruire un bunker americano inattaccabile da quelli che per ora sono solo competitor, ma che potrebbero trasformarsi presto in nemici.  Per costruire la fortezza e prepararsi per tempo al confronto aspro che potrebbe anche trasformarsi in uno scontro diretto si è ritenuto necessario mettere in difficoltà i propri concorrenti. In piena logica hobbessiana tutti sono concorrenti. Non solo Cina, Russia o India, ma anche l’Unione Europea. Gli strumenti scelti per iniziare a contrastarci, oltre ad una ondivaga politica di dazi e tariffe, sono energia e materie prime. In seconda battuta per Washington si tratta assicurarsi il controllo delle rotte marittime mondiali o di rinsaldarlo là dove l’abbiano già. Ciò potrà avvenire non solo attraverso la forza di una marina militare di incomparabile potenza, ma anche con il possesso dei principali punti di obbligato passaggio o choke points (foto) come li avrebbe definiti l’inventore del sea power, Alfred Mahan.  Ecco quindi che Venezuela, Groenlandia, Golfo Persico e persino l’Iran sono legati da un unico filo rosso: rendere difficile al gigante cinese approvvigionarsi di idrocarburi, in altri termini ritardarne la crescita.

Ciò che Trump sta tentando di fare è dunque chiudere i rubinetti a Pechino. E non solo. Sta ricercando anche il controllo fisico dei principali stretti e passaggi marittimi del mondo, che da soli riescono ad influenzare il commercio marittimo e le relative catene di approvvigionamento. Panama e la Groenlandia vanno quindi letti anche in questa prospettiva.

Il costo, per noi nazioni non imperiali di medie e piccole dimensioni che, ricordando Rove, non siamo in grado di formare la realtà ma viviamo nella storia o nella narrazione di essa, appare spropositato. Tuttavia, ricordando l’ammonimento del Primo Ministro canadese è bene che si prenda coscienza che si è ormai nel mezzo di una rottura non di una transizione morbida.

Possiamo strepitare, lamentarci o indignarsi: poco cambia. Sarebbe tuttavia più utile procedere, in primo luogo, con un censimento onesto delle nostre potenzialità economiche, finanziarie, industriali, geografiche e militari, sia come aggregato sia come singoli stati. Una volta compresi chiaramente quali siano i nostri punti di forza e le relative debolezze, chiedersi quindi cosa abbiamo intenzione di fare, sia come singoli Stati firmatari del trattato intergovernativo dell’unione europea (l’Unione Europea NON E’ uno stato) oppure come Stati sovrani. In questa ultima ipotesi non sarebbero da escludere quelli che il direttore di Limes Lucio Caracciolo ha definito come allineamenti temporanei per la salvaguardia di interessi comuni. Allineamenti che hanno da tempo sostituito le vecchie alleanze – probabilmente anche l’alleanza per eccellenza: la N.A.T.O.

Qualche esempio? Un “consorzio” Italia-Francia-Spagna &Co per l’area mediterranea oppure iniziative che leghino paesi dell’Africa con alcuni paesi europei e così dicendo. Tutto questo dibattito – se mai sia stato avviato nel nostro continente – avviene mentre Trump e gli Stati uniti stanno facendo provviste per un inverno che tutti, volenti o nolenti, dovremo attraversare prima di arrivare all’ennesimo, nuovo ordine mondiale.

Guardando a questi primi freddi e al cadere delle foglie possiamo decidere di sederci ad osservare mentre Donaldo il Biondo si affanna a costruire la sua tana, oppure contrastarlo o ancora tentare di individuare un luogo dove poter passare la tempesta, magari non lontano da quello che è stato il nostro maggiore alleato e protettore. Sta noi decidere, perché l’unica vera disgrazia sarà non decidere.

FRIGO BAR – A DONALD PIACE L’ICE- Prima parte.

2,15 milioni di chilometri quadrati, quanto metà dell’intera Unione Europea o, se preferite, poco meno di un quarto dell’intero territorio degli Stati Uniti; Persino nel Sahara occidentale o al centro del deserto mongolo si hanno maggiori possibilità di incontrare qualcuno rispetto a questa che rimane la maggiore isola del pianeta e ultima al mondo per densità di popolazione. Il suo è un nome impronunciabile in una lingua parlata ormai da meno di 100.000 persone in tutto l’Artico: Kalaallit Nunaat. Per noi, freddolosi mediterranei, la Groenlandia. Per meglio comprendere cosa sta succedendo da quelle parti in questi giorni potrebbe essere utile partire dalla storia di questa parte del pianeta della quale Donaldo il Biondo si è incapricciato. Iniziamo dunque con una data: il 982 d.C.

In quell’anno l’esploratore norreno Erik il Rosso, esiliato dall’Islanda sembra per aver commesso un omicidio, sbarcava su quelle coste dando il via alla colonizzazione europea di quella remota parte del mondo. Doveva esserci arrivato in piena estate oppure aver frequentato qualche corso di marketing turistico, visto che ad Erik venne in mente di chiamare Groenland, (terra verde) quella distesa di pietre e ghiaccio.

Fu forse inseguendo il miraggio di pascoli verdi e margherite fiorite che tra il 980 e l’anno Mille centinaia di islandesi a bordo di qualche knarr ne raggiunsero le coste meridionali. Qui, per oltre quattro secoli, le colonie norrene di Groenlandia avrebbero regolarmente commerciato con la madrepatria islandese distante poco più che 400 miglia nautiche mentre nel resto d’Europa la storia andava avanti incurante di foche, balene e orsi polari. Fu così che nel 1380, mentre Victor Pisani conquistava finalmente Chioggia per la Serenissima Repubblica di Venezia e i Turchi si prendevano Sofia, ad Oslo moriva Haakon VI Magnusson, re di Norvegia. Che c’entra con i norreni, le foche e la Groenlandia direte voi? Un po’ di pazienza.

Alla morte di Haakon viene eletto Olaf che unifica i regni di Norvegia e Danimarca inclusa quindi Islanda e Groenlandia. Con ogni probabilità i vichinghi di Groenlandia non se ne saranno neppure accorti. I loro villaggi, infatti, erano da tempo in rovina e da lì alla metà del 1400 sarebbero scomparsi del tutto. Non sarebbe però scomparso il diritto di possesso che il re di Norvegia e Danimarca accampava su quelle terre anche se c’è da essere certi che poco gli importasse di quello scoglio inospitale.

Dopo Erik il Rosso e ben prima di Donaldo il Biondo ci avrebbe pensato il padreterno a modificare i destini dell’isola. Già a metà del 1400 il problema planetario non era il riscaldamento, ma il raffreddamento globale. Tra il 1300 e il 1800 la terra, infatti, ha attraversato quella che oggi viene definita come “la piccola glaciazione”. Un periodo di lunghi e gelidi inverni che portarono carestie e miseria in gran parte dell’emisfero nord, ma fornirono però un utilissimo ponte di ghiaccio agli Inuit, una popolazione originaria della Siberia che, piano piano, colonizzò la Groenlandia al posto degli scomparsi Vichinghi. Di certo gli Inuit avevano poca o nessuna consapevolezza di essere sudditi del regno di Danimarca.

Si dovette attendere il 1721 ed un pastore luterano, Hans Egede, perché Copenhagen tornasse ad interessarsi dell’isola. Il pastore Egede e sua moglia sbarcarono là dove sarebbe sorto il primo insediamento stabile danese in Groenlandia. Il pastore Egede lo battezzò Godthabe (buona speranza) un nome che durò fino al 1979 quando venne mutato in Nuuk. Dopo Godthabe i danesi fondarono il porto di Jacobshavn, la moderna Ilulissat e nel 1885 si spinsero sulla costa est fino ad Ammassalik, l’isola su cui sorge l’attuale Tusilaq. Passarono altri quarant’anni perché nel 1910 un’altra spedizione danese raggiungesse la costa nord-orientale fondando la stazione di Thule, che oggi si chiama Qaanaaq e nelle cui vicinanze sorge la base aero-spaziale americana di Pituffik.

Nei nove secoli che separano Erik il rosso dai pionieri danesi di Thule, oltre alla scomparsa dei vichinghi e all’arrivo degli inuit nel resto del mondo sono successe un sacco di cose. Ad esempio, Colombo ha scoperto l’America, George Washington ha fondato gli Stati Uniti e persino il Presidente Monroe, nel 1823, ha avuto il tempo di elaborare la sua famosa dottrina. Tutto questo ben prima che la famiglia Trumpf decidesse di lasciare Kallstadt, ameno villaggio della Renania-Palatinato, per sbarcare nella “terra dei liberi e dei forti” e dopo un secolo regalare all’umanità il dono del piccolo Donaldo il Biondo. Occorre ricordare che in tutto questo tempo i vari re di Danimarca sono sempre rimasti anche re della Groenlandia. Si può infine aggiungere un minuscolo corollario a questa storia di compravendite.

In verità nel 1916 la Danimarca accettò davvero di vendere qualcosa agli Stati Uniti, ma non la Groenlandia, bensì le  Dansk Vestindien ai più ignote come “Indie Occidentali Danesi“, una manciata di isolette nel mar dei caraibi. Washington se le aggiudicò per 25 milioni di dollari in oro e… un foglio di carta. Si tratta della cosiddetta “dichiarazione Lansing” dal nome del Segretario di Stato americano Robert Lansing che la firmò il 4 agosto 1916. Nella dichiarazione – rilasciata come documento collaterale/appendice alla Convenzione principale tra Stati Uniti e Danimarca per la cessione delle Indie Occidentali danesi – gli Stati Uniti affermavano che non si sarebbero opposti all’estensione dei propri interessi politici ed economici da parte della Danimarca sull’intera isola di Groenlandia, che all’epoca non aveva il pieno controllo pratico dell’intero territorio.

Facciamo ora un salto di qualche secolo, fino al 1940. In quell’anno, per l’esattezza il 9 aprile, i tedeschi invadevano la Danimarca che nel frattempo si era dichiarata neutrale, ma, si sa, per Adolfo da Brunau am Inn i trattati e le leggi internazionali erano chiffon de papier. Sul piccolo regno il Furer stabilì un protettorato, soluzione che permise al re Cristiano X di rimanere al suo posto conservando una parvenza di normalità. Sarà da allora che la parola “protettorato” alle orecchie danesi suona maluccio, soprattutto quando a pronunciarla è un presidente americano di origine teutoniche. Si sa, buon sangue non mente.

Nel 1941, con la Danimarca “protetta” dai nazisti, Henry Kaufman, ambasciatore danese a Washington, allo scopo di evitare che anche quell’artico pezzo di regno finisse “protetto” da Berlino, permise agli Stati Uniti di Roosevelt di stabilire lassù cinque basi militari anche perché, nel frattempo, Adolfo aveva già iniziato a posizionare da quelle parti una serie di stazioni meteorologiche utili alle operazioni dei suoi U-Boote nel nord Atlantico.

Finita la guerra, Copenaghen chiese gentilmente che l’isola di Erik il Rosso, del pastore Egede e degli Inuit gli fosse restituita per cassato pericolo teutonico, ma a questo punto erano gli Americani e non più i nazisti a non voler mollare l’osso. Nel 1946 il presidente Harry Truman (quello della foto e delle bombe su Hiroshima e Nagasaki) per l’acquisto dell’isola propose alla Danimarca la cifra di ben 100 milioni di dollari. Ai prezzi di oggi sarebbero più o meno 2 miliardi che sono comunque una bella cifra. Fatto sta che re Federico IX di Danimarca preferì tenersela.

L’idea non era certo nuova. Già nel 1868, dopo l’acquisto dalla Corona imperiale russa dell’Alaska per 7,2 milioni di dollari, negli ambienti di Washington si cominciò a pensare di estendere l’attenzione all’Artico. Venne quindi prodotto un rapporto governativo che valutava Groenlandia e Islanda come possibili tasselli dell’espansione strategica e commerciale yankee nel Nord Atlantico. Tuttavia, l’idea di impossessarsi di tutto quel ghiaccio pieno di lupi ed orsi non risultò particolarmente gradita agli elettori americani anche perché dopo l’Alaska il vero obiettivo di Washington era di annettersi, conquistare oppure comprarsi il Canada britannico (anche questo non è la prima volta che si sente). Purtroppo per loro e per fortuna dei canadesi nel 1867 la Corona britannica aveva deciso di accordare la completa autonomia alle sue province nordamericane e con questo vanificò ogni pretesto di una guerra per liberarle dall’oppressivo e dispotico dominio britannico. Da lì in poi non se ne fece più nulla, almeno fino alla seconda presidenza di Donaldo il Biondo.

Per tornare al tema principale, la fine della Seconda guerra mondiale aveva portato non ad una armoniosa pace tra i popoli ma ad una guerra fredda. Nel 1946, lo stesso anno in cui Truman voleva comprarsi la Groenlandia, Winston Churchill (foto), in un celebre discorso al Westminster College di Fulton, nel Missouri, aveva avvertito che una cortina di ferro era ormai calata sull’Europa, da Stettino a Trieste e tanto per rasserenare gli animi, nel 1949 l’Unione sovietica – solo quattro anni prima alleata di Washington contro Berlino – faceva esplodere la sua prima bomba atomica.

Il clima politico e le necessità geostrategiche erano cambiati e di molto e quella porzione di terra così vicina all’Unione sovietica era tornata indispensabile.  Il tira e molla tra Copenaghen e Washington per il suo controllo sarebbe continuato fino al 1951, quando il 27 aprile, un venerdì, le due parti stipularono lo “Agreement pursuant to the North Atlantic Treaty, concerning the defense of Greenland”. 14 articoli che facevano decadere i patti sottoscritti nel 1941 e in cui venivano indicate delle “aree di difesa” in territorio groenlandese da passare sotto il controllo americano. Si metteva inoltre nero su bianco che qualora fosse stato necessario individuarne altre non ci sarebbe stata alcuna opposizione da parte danese a patto che il piccolo paese scandinavo avesse mantenuto la sua sovranità sull’isola di Erik il Rosso. Nell’ultimo di quei 14 articoli si concordava infine che il trattato sarebbe rimasto in vigore fintanto che fosse durata la NATO (sic).

Nell’agosto del 1957, dalla base di Baikonur, l’URSS lanciava il suo primo missile intercontinentale, lo R-7 Semërka. Era questa un’arma in grado di raggiungere il territorio degli USA in meno di mezz’ora e la via più breve per farlo era di sorvolare Polo Nord e Groenlandia. Se questo non fosse bastato per entrare in Atlantico ai sottomarini nucleari della flotta sovietica del nord di stanza a Severomorsk avrebbero avuto pochissime vie e una di queste correva parallela alla costa orientale della Groenlandia.

Per evitare la sorpresa di trovarsi un sottomarino classe Alfa o Kilo alla foce del Hudson gli americani avevano costellato il cosiddetto GIUK Gap (vds mappa) di una serie infinita di boe e sensori. Con quell’acronimo – G.I.UK. – veniva indicato il tratto di mare di oltre 700 miglia marine (circa 1500 km) tra la Groenlandia, l’Islanda e la Gran Bretagna. A questo punto risulterà chiaro come la Groenlandia fosse diventato un avamposto indispensabile per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti (vi suona familiare?) che mai e poi mai l’avrebbero mollata ai Danesi.

Subito dopo la fine della Guerra mondiale anche la comunità inuit di Groenlandia dovette fare i conti con un mondo in evoluzione. E non furono affatto piacevoli. La modernizzazione dell’isola devastò, infatti, la loro piccola società di pescatori e cacciatori. A migliaia gli inuit furono costretti a spostarsi dai minuscoli villaggi della costa nei nuovi e più moderni insediamenti dove risiedevano gli stabilimenti ittici.

Trasformare la pesca da attività di sussistenza in industria era stato, infatti, uno degli strumenti scelti dalla Danimarca per trasportare la Groenlandia nella modernità. Halibut, salmoni ma soprattutto gamberetti sarebbero divenuti il nuovo oro per l’industria alimentare e gli inuit, chiamati a migliaia a lavorare negli stabilimenti, i nuovi minatori.

E non fu solo una questione di economia, ma ci fu di peggio. Nel 1951, l’anno in cui Copenaghen firmava il suo storico trattato con gli USA, le autorità danesi decisero di deportare una ventina di bambini inuit in Danimarca con l’idea di educarli all’occidentale e farne la nuova classe dirigente dell’Isola. L’esperimento di ingegneria sociale non riuscì. La metà dei bambini morì entro poco tempo e molti altri ebbero gravissimi disturbi mentali. E non finisce qui. Tra gli anni ’60 e 70 sempre la Danimarca avviò un largo progetto di limitazione delle nascite tra Inuit posizionando anticoncezionali in oltre 4000 donne. Il risultato fu che intere minuscole comunità si estinsero e il tasso di crescita della popolazione locale si arrestò per molto tempo.

Le ferite aperte nel periodo coloniale forse non si sono mai del tutto rimarginate e questo spiega il forte sentimento di indipendenza degli isolani che ha portato progressivamente ad un allontanamento da Copenaghen senza che però si verificasse un’aperta rottura.

Nel 1979 venne aperto il primo parlamento autonomo groenlandese. 31 seggi e – ad oggi – cinque partiti e dal 2009 gode di uno statuto autonomo rispetto alla Danimarca. Nel 1985 l’Isola scelse la sua attuale bandiera e nello stesso anno abbandonò la Comunità Economica Europea per proteggere le proprie acque costiere dalla pesca industriale praticata dall’Europa.

Ad oggi la Groenlandia non fa parte dell’Unione Europea, tuttavia mantiene accordi commerciali con Bruxelles e beneficia di fondi specifici come territorio d’oltremare associato. È una posizione ibrida, che consente al territorio di proteggere i propri interessi economici senza rinunciare completamente ai rapporti con l’Europa. Nel 2014 il governo autonomo groenlandese ha insediato una commissione bilaterale per sanare e regolarizzare i controversi rapporti con la Danimarca.

Se si guarda a come vivono in 57.000 abitanti dell’isola si scopre che in media un groenlandese guadagna circa 30.000 dollari l’anno, ma la vita sull’isola è davvero molto cara per cui il 16% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà (in Italia siamo attorno al 9.8%). Ogni anno il governo di Copenaghen destina alla Groenlandia poco meno di 600 milioni di euro pari al 25% dell’intero PIL della Isola che ammonta a poco meno di 3,3 miliardi di dollari.

Pochi soldi e poca gente. Troppo pochi per poter pensare di stare in piedi da soli. È questa la questione di fondo che frena ogni volta la reale indipendenza dell’Isola da tutto e da tutti. Per ragioni geopolitiche come economiche i groenlandesi devono appoggiarsi a qualcuno che sia l’Europa o gli Stati Uniti e questo a Nuuk lo capivano bene ben prima che Donaldo il Biondo iniziasse a ringhiare. Per completare questa breve panoramica sulla società dell’isola ad oggi il principale problema è l’alcolismo. Tra gli anni 70 e 80, all’apice del processo di urbanizzazione forzata e conversione al lavoro parcellizzato nelle fabbriche, i groenlandesi bevevano circa 22 litri di alcool a persona all’anno (In Italia 19,7). Oggi i valori si sono attestati sui 7 litri all’anno, inferiori a quelli dei paesi europei; tuttavia, la metà dei giovani groenlandesi di età compresa tra i 15 e i 35 anni soffre tutt’ora di problemi di salute legati all’abuso di alcool. A preoccupare sono anche i reati e i comportamenti devianti legati al consumo di alcool: stupri, percosse, risse, violenze domestiche sono, infatti, molto diffuse. Oltre il 40% delle donne groenlandesi dichiara inoltre di essere stato molestato o stuprato entro i 18 anni. Infine, la Groenlandia è il territorio con il più alto tasso di suicidi al mondo; 83 ogni 100.000 persone all’anno. Nella costa est dove la colonizzazione è arrivata più tardi e con effetti ancora più devastanti il tasso balza a 400 suicidi ogni 100.000 abitanti. L’aspettativa di vita di un groenlandese è di 74 anni per una donna e 69 per un uomo. Quello che ne risulta è dunque una società piccola, fragile e disorientata e pur tuttavia consapevole della sua specificità e delle sue tradizioni che guarda al mondo al di là dei ghiacci con una certa, motivata, diffidenza.

Eccoci dunque ai giorni nostri. O quasi. È noto come al tempo della sua prima presidenza (2017-2021) la Groenlandia fosse già in cima ai pensieri di Donaldo il Biondo tanto che nel 2020 il Corpo degli Ingegneri degli Stati Uniti aveva avviata una ricerca di mercato tra le ditte in grado di eseguire pesanti lavori di ammodernamento e ampliamento della base di Pituffik. La ricerca non aveva prodotto risultati concreti, ma nel frattempo Donaldo il Biondo era stato spodestato da “Sleepy Joe” Biden. A Copenaghen qualcuno si era comunque domandato che fine avessero fatto i progetti per la base e i relativi stanziamenti. Il governo danese avanzò quindi una interrogazione ricevendo dal Dipartimento della Difesa (non ancora della guerra) una risposta nella quale si riferiva che quei progetti non erano più da considerarsi attuali e che non c’era più la volontà politica di portarli avanti. Quindi fino ad almeno al 19 gennaio 2025 la Groenlandia con il suo corollario di russi e cinesi scorrazzanti indisturbati tra gli iceberg non era per Washington una questione di sicurezza nazionale. Business as usual.

Tutto sarebbe cambiato a partire dalle 17 del 20 gennaio quando nella rotonda del Campidoglio Donaldo il Biondo prestava giuramento come 47° presidente delle Stati uniti non su una Bibbia, ma addirittura su due; quella storica di Abramo Lincoln e quella di Mamma Trump. Dopo aver cambiato nome al Golfo del Messico, portato la pace in otto conflitti, rinominato il dipartimento della difesa, preteso un Nobel per la pace, fatto eleggere un Papa statunitense e altre meraviglie, Donaldo il Biondo ha di nuovo rivolto lo sguardo teutonico verso la Groenlandia divenuta di nuovo essenziale per la sicurezza degli States. Fatalità vuole, inoltre, che i fondali marini dell’isola sembra nascondano circa 18 miliardi di barili di petrolio e oltre 4 trilioni di metri cubi di gas naturali, pari al 10% di tutto il petrolio e gas rimasto nel pianeta e che minerali come oro, zinco, rame, bauxite e uranio giacevano ancora intatti sotto i 2 o 3 km di ghiaccio. Sebbene lo stemma di famiglia esponga “mano rapace in campo altrui” è comunque ben noto il disinteresse di Donaldo verso il denaro.

Il 27 agosto 2025 una televisione danese mandava in onda un servizio in cui su accusava Washington di aver inviato tre agenti in Groenlandia per sobillare la popolazione e predisporla favorevolmente ad una eventuale prossima annessione agli Stati Uniti. A tale riguardo il governo dei Copenhagen aveva convocato per chiarimenti l’incaricato d’affari statunitense, Mark Stroh. Ci avrebbe pensato direttamente Donaldo il Biondo a derubricare il fatto a una semplice attività conoscitiva come si è sempre fatto. Sei mesi prima, nel gennaio 2025 il figlio di Donaldo il Biondo si era fatto un giretto a Nuuk accompagnato da tale Jorgen Boassen, ex muratore e uomo di Trump in Groenlandia. In quell’occasione Boassen aveva accompagnato il giovane rampollo e i suoi amici in un ristorante dove sostenitori di Trump con tanto di cappellini “Make America Great Again” l’avevano acclamato come il Messia.

Due mesi dopo la visita di Trump jr, nel marzo 2025, era toccato addirittura al Vicepresidente Vance (foto) di farsi un giro – non invitato – da quelle parti e più precisamente nella non ancora ampliata base aero-spaziale di Pituffik. Nel corso della visita l’elegiaco vicepresidente americano aveva tenuto a precisare che “Il nostro messaggio alla Danimarca è semplice. Non avete fatto un buon lavoro per la popolazione della Groenlandia. Su questo si centra la politica del presidente Trump“, aggiungendo quindi che “… non pensiamo che la forza militare sarà necessaria. E poiché pensiamo che la gente della Groenlandia sia razionale e in gamba, pensiamo che saremo in grado di concludere un accordo nello stile di Donald Trump per garantire la sicurezza di questo territorio e degli Usa“.

Sarà stata una coincidenza che pochi giorni dopo la visita di Vance circa 41.000 elettori groenlandesi, quelli razionali ed in gamba, sono stati chiamati ad eleggere il nuovo parlamento groenlandese. Con circa il 30% dei voti ha vinto tal Jens Friederik Nielsen (foto) del partito Demokratiik (democratico) il meno favorevole all’annessione agli Stati Uniti.

Al secondo posto, con il 25%, si è classificato il partito Naleraq che l’indipendenza la vuole subito, ma l’annessione con calma. Il resto dei 31 seggi del parlamento sono poi andati ai tre partiti minori: Inuit Ataqatigiit (Comunità Inuit);  Siumut (Avanti) e Solidarietà. I primi due sostengono un graduale processo di indipendenza mentre il terzo vuole rimanere legato alla Danimarca. Su una cosa sembrano essere tutti d’accordo: prima o poi la Groenlandia sarà indipendente ma nel frattempo è meglio tenersi vicini alla Danimarca piuttosto che agli States. I cartelli con la scritta “Make America Go Away sventolati a Nuuk durante la manifestazione del 17 gennaio 2026, la più grande mai vista in Groenlandia, la dicono lunga su quale siano i sentimenti degli abitanti dell’Isola.

In quale considerazione potranno essere tenute la volontà espressa dai groenlandesi o il preoccupato disappunto degli alleati europei si può dedurre da una dichiarazione dello stesso Donaldo il Biondo il quale al giornalista del New York Times che domandava se il diritto internazionale rappresentasse per lui un limite alla sua azione dava una risposta che neppure Ciro il Grande si sarebbe sognato di dare:  «il solo limite alle mie azioni internazionali è la mia moralità e la mia mente; è l’unica che può fermarmi…non mi serve il diritto internazionale». “Magna tranquillo!” direbbero a Roma. (fine prima parte)

Le città umanitarie di una guerra senza umanità

Un conflitto esistenziale può essere risolto negando il diritto all’esistenza del proprio nemico?

Siamo quasi alla vigilia di ferragosto, tempo consacrato al cocomero e al pollo coi peperoni, un giorno sideralmente lontano da Gaza, da Netanyahu, dai Due Stati e dai morti per fame e sete. Netanyahu non vuole occupare Gaza, ma liberarla da Hamas. Non vuole sterminare gli arabi, ma renderli liberi. Liberi di andarsene ovunque nel mondo, in qualsiasi posto sia disposto ad accoglierli basta che non sia casa loro. Se il termine Patria ha un senso come “terra dei Padri” allora quella striscia di terra lunga 40 chilometri e larga 10 è Patria per quella gente ,così come l’Italia lo è per noi.

Era il 2 agosto 1847 quando il principe von Metternich, in una lettera inviata al conte Dietrichstein, tirò fuori famosa frase “L’Italia è un’espressione geografica” e quindi, con ogni probabilità, anche noi italiani – a sentire Metternich – non saremo dovuti esistere se non come espressione etnica.

Da allora in molti hanno ripreso il filone della non-esistenza, compresa Golda Meyr, celebrata premier donna e icona dell’Israele laburista, che nel 1969 dichiarò in una intervista al The Sunday Times: «Non esiste qualcosa come un popolo palestinese. Non è che siamo venuti, li abbiamo buttati fuori e abbiamo preso il loro paese. Essi non esistevano». Nati su una terra che, a detta di molti israeliani, non è mai stata la terra dei loro padri, a quei due milioni di bombardati, assetati e affamati rimane l’unico sogno di voler semplicemente vivere, respirare, mangiare, innamorarsi, litigare. E questo lo si può fare in qualsiasi posto del mondo, non c’è bisogno di una Patria.

Così avrà di certo pensato Netanyahu e gran parte del popolo israeliano che continua a sostenerne lo scelerato agire. Purtroppo, quegli uomini e quelle donne una patria invece la vogliono e la indicano anche. La indicano con le loro capanne, le pecore magre, gli ulivi incendiati, il Padre Nostro e il salat del Maghrib, recitati con il sole alle spalle inghiottito da quel mare che loro, contadini e pastori, hanno sempre guardato con un po’ di diffidenza. Tra le pietre di quella terra che Israele e il mondo dice non appartenergli sanno indicare il luogo dove loro madre ha incontrato per la prima volta loro padre. Per me, nato da genitori umbri, Patria è l’odore del bosco all’inizio dell’autunno, il gorgogliare del caffè al mattino, il sentore di cipolla soffritta che arriva mentre passeggi per strada. È ogni colle con il suo campanile e le madonnine scolorite al bivio di una polverosa strada di campagna. Ci sono mille modi in cui la Patria parla ai suoi figli e solo a loro. Sono certo che lo stesso avviene anche per questi uomini senza radici che Netanyahu si appresta a deportare in Libia, Sudan o Etiopia.

Non mi va di parlare del 7 ottobre e dei terroristi di HAMAS. Sarebbe stato possibile prima che Israele decidesse di cambiare scala e sterminare non i terroristi, ma un popolo intero. A quel punto qualsiasi ragione decade e qualsiasi simpatia si spegne. I governi d’Europa, compreso il mio, sono nel forte imbarazzo di non poter agire contro questa assoluta iniquità e quel poco che dicono – perché di fare qualcosa non se ne parla – è solo perché l’esecrazione della gente, cioè dei loro elettori, è salita fino alle loro poltrone e non può più essere ignorata. Eppure, basterebbe congelare i contratti per l’invio di armi, avviare sanzioni contro lo Stato d’Israele e molto altro. Come al solito, invece, aspetteranno che la tempesta sia passata, che i morti siano così tanti da divenire una statistica e via verso la nuova emergenza. Eppure basterebbe ricordarsi che viviamo in una repubblica democratica che all’articolo 3 della propria costituzione dichiara che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Già basterebbe questo per guardare con qualche sospetto a uno stato che dal 2018, con un’apposita legge, si definisce come esclusivamente ebraico, più precisamente “Israele è la patria storica del popolo ebraico che ha un diritto esclusivo all’autodeterminazione nazionale”. Quella parola “esclusivo” taglia fuori tutti gli altri, noi compresi e colloca Israele su un altro pianeta rispetto ad ogni altro Paese che definisca cittadini non in base al credo religioso o all’etnia escludendo tutti gli altri. Il fatto che il mio Paese non si faccia forza di questa enorme differenza e si trinceri invece dietro piccole convenienze, opportunità personali, timori inspiegabili o antichi sensi di colpa non mi fa ben sperare per il futuro.

Della sorte di Israele poco mi importa. Quel popolo ha fatto le sue scelte, ha tirato i suoi dadi ed ora seguirà la sua strada che non so davvero dove lo porterà. I palestinesi, i senza-patria, subiranno invece il destino che nella storia è riservato ai deboli e ai perdenti, quello di essere sopraffatti, uccisi e dispersi. È successo agli Armeni; è successo ai nativi americani e a quelli australiani, è successo ai bosniaci di Srebrenitza e – ironia della sorte – è successo anche agli ebrei. Tra un secolo chi si ricorderà più di Gaza? Ma in attesa che il tempo e l’oblio facciano il loro corso, vorrei che il mio paese e quelli che gli somigliano avessero uno scatto di dolorosa alterità. Facessero sentire forte il “Noi non siamo come voi!”.

Sulla porta del castello di Boeseleger si legge il motto di quella antica e nobile famiglia tedesca che si oppose ad Hitler pagando un prezzo altissimo. “ETIAMSI OMNES, EGO NON” E’ una frase presa dal Vangelo di Matteo: e significa “Anche se tutti (faranno o diranno o sosterranno l’iniquità) io no”. È una chiamata a dissociarsi concretamente da quando accade ora e da quando inevitabilmente accadrà a breve. Della salvezza dello Stato ebraico sono responsabili solo i cittadini di quello stato, ma della nostra siamo responsabili noi.