FRIGO BAR- A DONALD PIACE L’ICE- Seconda parte.

Nella prima parte si è ripercorsa a grandi linee la storia della Groenlandia e del suo rapporto con la Danimarca e gli Stati uniti. In questa seconda parte si entrerà nella storia recente e nell’attualità.

(SECONDA PARTE) Ma perché Donaldo ha tutta questa smania di annettersi, comprarsi o invadere la Groenlandia? E’ solo la necessità militare di proteggere gli Stati Uniti o c’è dell’altro? Iniziamo dall’aspetto militare.

Ad oggi nella la base aerospaziale di Pituffik, la maggiore dell’isola, operano meno di 200 militari americani dell’aeronautica (USAF) affiancati da qualche collega danese. Operativa dal 1952, nei primi cinque o sei anni la base fungeva da scalo intermedio sulla rotta aerea tra il Nord America e l’Europa settentrionale, soprattutto per i bombardieri strategici B-36, in grado di trasportare armamento nucleare (foto)

Dopo il 1958, anno in cui i vecchi B-36 vennero sostituiti dai più moderni B-52, bombardieri strategici con maggiore autonomia, la base venne riconvertita e divenne parte del Balistic Missile Early Warning System (BMEWS). Si trattava di un ampio progetto di allerta avanzata volto ad individuare eventuali attacchi missilistici provenienti – si immaginava – dal territorio dell’ Unione sovietica. Dal momento che per i missili russi la rotta più breve per il Nord America – nota come “grande cerchio” passava sopra il polo nord, le strutture del sistema BMEWS vennero prima di tutto realizzate in Alaska e in Groenlandia (foto). A latitudini come quella artica, infatti, la curvatura terrestre fa sì che il preavviso possa essere superiore rispetto ad altri siti localizzati a latitudini più meridionali, il che in caso d’attacco significa un vantaggio di vari minuti per le contromisure.

Proprio nel 1968, mentre a New York si inaugura il Madison Square Garden e a Parigi gli studenti incendiano il maggio francese, alle 12:00 del 21 gennaio, dalla base aerea di Plattsburgh, New York decollava il B-52 HOBO 28, diretto a Pituffik . A bordo aveva sette uomini d’equipaggio e quattro bombe termonucleari B28 (foto). L’HOBO 28 faceva parte della Chrome Dome, un’operazione sviluppata dal 1961 al 1968 dall’aeronautica degli Stati Uniti in funzione di deterrenza. L’operazione prevedeva, tra l’altro, che un certo numero di bombardieri strategici B-52 rimanessero permanentemente in volo su rotte prestabilite che sorvolavano l’artico canadese, l’Alaska, la Groenlandia e persino il Mediterraneo.

Dopo un rifornimento in volo senza problemi, l’aereo iniziò la sua orbita sopra la Baia di Baffin e la base di Pituffik. Era quella una missione di routine nell’ambito dell’operazione “Thule Monitor” una componente della più generale Chrome Dome . La missione serviva a verificare che la base di Pituffik fosse pienamente operativa, in grado cioé di distinguere un vero attacco sovietico da qualche possibile inconveniente tecnico. In quegli anni, successivi alla crisi dei missili cubani, il confronto tra Stati Uniti e Unione Sovietica aveva raggiunto livelli altissimi. Per scongiurare la possibilità di una catastrofe nucleare le due superpotenze avevano trovato un accordo basato sull’equilibrio del terrore. Il nome di quel concetto strategico suona ancora oggi brutalmente terrificante: “Mutual Assured Destruction” (MAD). In termini pratici voleva dire che qualsiasi attacco nucleare proveniente da una delle due superpotenze avrebbe immediatamente e automaticamente scatenato un analogo e più massiccio contrattacco nucleare da parte dell’altra. Per dare concretezza all’idea i rispettivi sottomarini lanciamissili erano tenuti permanentemente in mare, così come i missili balistici erano mantenuti nei loro silos in posizione di “pronti al lancio” e i bombardieri strategici con il loro carico di bombe nucleari permanentemente in volo, 24 ore su 24, ogni giorno dell’anno. il B-52G HOBO 28 al comando del capitano John Haug era appunto una di quelle sentinelle e la sua missione era di volare in tondo sulla baia di Baffin e sulla base di Thule finché un altro B52 non gli avesse dato il cambio (foto).

Un volo di routine se non fosse che alle 18.22 fu segnalato un incendio a bordo. 15 minuti dopo il comandante ordinava l’abbandono dirigendo l’aereo e le sue bombe verso la costa groenlandese dove l’aereo si schiantò sul ghiaccio della Baia di North Star, esplodendo in una palla di fuoco.  Le cariche convenzionali delle bombe nucleari detonarono, disperdendo plutonio sul ghiaccio, senza però innescare un’esplosione nucleare. I resti di tre delle quattro bombe nucleari vennero comunque recuperati nei giorni successivi, ma della quarta non se ne seppe più nulla.

La storia nucleare della Groenlandia non si esaurisce qui. Sempre in quegli anni, a 200 km dalla base di Pituffik, il Dipartimento della Difesa americano realizzò una piccola base, Camp Century (foto). In apparenza si trattava di un’istallazione di preminente interesse scientifico, ma in realtà nascondeva i lavori per la realizzazione del progetto “Iceworm”, un’enorme base segreta, scavata nella profondità del ghiaccio e pronta ad ospitare missili balistici a testata nucleare in grado di raggiungere l’URSS in pochi minuti. Per motivi tecnici il progetto non andò avanti, ma toccò attendere il 1996 perché potesse venire alla luce.

Dopo questi incidenti la Danimarca – questa scocciatrice – impose che lo schieramento di ordigni nucleari sull’isola dovesse esserle notificato in anticipo e previa il suo nulla-osta. Per fortuna oggi i tempi sono molto cambiati; la guerra fredda è terminata e anche l’Unione sovietica non c’è più. Certo, la Federazione russa possiede ancora circa 4500 testate nucleari, ma i tempi del B52 HOBO 28 per fortuna sono passati. Oggi la base di Pituffik dispone di una pista di atterraggio di circa 3.000 metri in grado di operare tutto l’anno e di un porto dalle acque profonde idoneo all’ormeggio di navi di grandi dimensioni, ma il cuore della base rimane ancora uno dei cinque Solid State Phased Array Radar System che la difesa statunitense impiega sempre nell’ambito del Balistic Missile Early Warning System (BMEWS). Oggi si tratta di un sistema ben più complesso e potente rispetto al BMEWS degli anni ’60. Il compito primario rimane sempre quello di sorvegliare lo spazio sopra il polo e oltre per individuare immediatamente la traiettoria di eventuali missili balistici, ma ad esso si affianca anche la capacità di sorveglianza satellitare e spaziale. Attualmente, oltre al personale di servizio e logistico, nella base è presente un distaccamento di circa 150 militari del 23° Space Operations Squadron responsabili del sistema radar BMEWS (foto).

Dal punto di vista militare la situazione attorno alla Groenlandia è oggi assai più rilassata di quanto lo fosse 40 o 50 anni fa, quando nessuno a Washington strepitava per annettersela.  La Federazione russa, pur rappresentando ancora un avversario militare di tutto rispetto – soprattutto nel settore nucleare – è uscita molto ridimensionata dalla fine dell’Unione sovietica e nella situazione attuale  ciò che Putin sta caparbiamente cercando di ottenere è tornare ad avere il riconoscimento di superpotenza da parte americana. Naturalmente Mosca è assolutamente cosciente che il divario demografico, tecnologico, industriale ed economico con Washington è difficilmente colmabile in tempi ragionevoli. Oltretutto la marina militare di Mosca, primario fattore per ogni proiezione di potenza, è quasi inesistente se paragonata alla US Navy, figurarsi quindi un attacco russo contro gli interessi americani, e ancor peggio contro il territorio statunitense. L’altro competitor di Donaldo il Biondo, vale a dire la Cina, è già una superpotenza globale. Lo è di certo dal punto di vista economico e tecnologico, delle relazioni internazionali e della proiezione di potenza. Pechino ha comunque ancora molto da lavorare per raggiungere la parità con Washington in termini di potenza militare, ammesso che sia quella la strada che il Dragone intende percorrere. Se poi si fa specifico riferimento alla situazione dell’artico e alla possibilità che la Cina, in qualche modo, possa dominare le future rotte commerciali che si apriranno da quelle parti causa la malaugurata fusione dei ghiacci è bene ricordare che esiste un solo accesso possibile all’Artico da parte cinese – o di chiunque altro voglia utilizzare le rotte artiche fra il Pacifico e l’Atlantico: lo Stretto di Bering, che separa il Nordamerica dall’Asia, e più precisamente l’Alaska dalla Siberia (foto).

Questo stretto è largo solamente 50 miglia marittime, e al suo centro ha anche due isole, una americana e una russa, con stazioni di ascolto, rilevamento e tracciamento che rendono impossibile il passaggio senza che questo sia rilevato. Questo fondamentale passaggio è completamente sotto il controllo della Marina degli Stati Uniti tramite le basi aeronavale di Anchorage in Alaska e di Dutch Harbour nelle Aleutine.

Quindi anche la Cina, nel breve o medio termine non rappresenta di certo una minaccia diretta alla sicurezza nazionale tale da non far dormire Donaldo il Biondo. E allora? Se non è una minaccia e forse neppure un rischio militare ad animare el presidente conquistador sarà forse la volontà di impadronirsi dell’eldorado nascosto sotto 3 km di ghiaccio? Forse, ma non sarà sfuggito neppure a lui che ad oggi i costi per raggiungere e commercializzare quel che si riuscirebbe a trovare sono molto, ma molto più alti dei ricavi che se ne potrebbero trarre e l’amministrazione Trump vuole certo far soldi, ma velocemente. Non è quindi disposta ad aspettare dieci o vent’anni prima di buttare sul mercato i tesori groenlandesi. Dell’aspetto ambientale e della possibilità di distruggere o compromettere un ecosistema delicatissimo e vitale per l’intero pianeta non ne parliamo neppure. La tutela e il rispetto per il Creato non sono in cima alla lista delle priorità per la Casa Bianca. Allora perché tutta questa fretta? Proviamo ad avanzare un’ipotesi.

Gli Stati Uniti stanno agendo come qualsiasi altro impero ha fatto nel corso della storia, vale a dire che quando si presenta la possibilità di acquisire un territorio ritenuto utile o indispensabile alla propria strategia lo si prende e basta. Alla faccia del diritto internazionale e delle regole. Non è certo una novità. Ci aveva pensato già Tucidide, nel V sec. a.C. a ricordare ai poveri Méli e a noi che è la forza e non la giustizia a regolare i rapporti tra comunità e duemila anni dopo è stato il filosofo Hobbes nel “Leviatano” (1651) a ribadire che i rapporti tra uomini e tra comunità sono basati sulla reciproca paura. LE paure possono essere molteplici: paura di essere uccisi, di perdere il potere, di essere dominati, di non avere più un’identità. Trump e quella parte di America che lo ha eletto a proprio rappresentante sono figli sia della paura di Hobbes che del potere della forza di Tucidide.

In questo contesto Trump ha preso coscienza che gli USA si sono creati da soli gravissime fragilità interne strutturali, economiche e che se non saranno risolte in brevissimo tempo rischiano di portare l’Impero americano se non al tracollo almeno al declino. In questa prospettiva la Groenlandia come il Venezuela ed altre iniziative rientrano nella stessa sgarbata politica di potenza.

Le direttrici di questa politica sono chiaramente indicate nella citatissima National Security Strategy là dove indica chiaramente che l’interesse degli USA è porre in sicurezza e sotto il proprio diretto controllo l’emisfero occidentale. In altri termini Donaldo intende costruirsi un bunker da cui fronteggiare le future minacce al potere globale degli Stati Uniti; un bunker o se preferite una zona esclusiva nella quale Cina e forse Russia non sono ammesse in alcun modo.

Qualcuno individua in questo il risorgere delle antiche “zone di influenza” della guerra fredda. Forse hanno ragione, ma si deve considerare un particolare non da poco. Al tempo delle bombe atomiche perse in Groenlandia le sfere di influenza erano due e nessuno dei contendenti si sognava di entrare nella zona dell’altro. Oggi quello che Trump non perde occasione di ribadire è che certamente gli Stati Uniti renderanno più forte e inespugnabile la propria zona di influenza la quale, secondo lui, deve andare dal citato stretto di Bering fin giù alla Terra del Fuoco con l’appendice della recalcitrante e debole Europa. Gli Stati Uniti sono anche disposti a riconoscere alla Cina e alla Russia la possibilità di avere a loro volta una propria zona di influenza in cui godere di una certa libertà di movimento. Questo non impedirà, tuttavia, agli Stati uniti di agire autonomamente in quelle zone.

Non si tratta certo di una visione concordata tra Washington, Mosca e Pechino quanto piuttosto di una proposta di momentaneo buon vicinato volta ad evidenziare gli immediati vantaggi di un confronto più soft tenendo sullo sfondo gli esiti esiziali di uno scontro vero e proprio. Per ora né Mosca, né soprattutto Pechino hanno fatto sentire il proprio punto di vista. In linea di principio avrebbero tutta la convenienza a farlo, ma come spesso accade è nei dettagli che si nasconde il diavolo.

Chi deciderà i limiti delle rispettive zone di influenza? Dove si comporranno i dissidi o peggio ancora le tensioni? Purtroppo, non c’è più un papa Giulio II in grado di far accettare un nuovo trattato di Tordesillas, né l’ONU sembra possedere un’analoga autorità, semplicemente perché esso è emanazione di un mondo che sta scomparendo. Il primo ministro canadese Mark Carney (foto), nel discorso tenuto all’World Economic Forum di Davos il 19 gennaio 2026, ha offerto una sintesi perfetta della situazione, dicendo :” lasciate che sia diretto: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione. Negli ultimi due decenni, una serie di crisi nei settori finanziario, sanitario, energetico e geopolitico ha messo a nudo i rischi di un’integrazione globale estrema”.

Che proprio gli Stati Uniti siano se non gli unici almeno i principali responsabili del fallimento del globalismo poco importa. Sarà stata l’euforia per la fine vittoriosa della guerra fredda; il piacere di vedere il proprio avversario non sconfitto, ma addirittura disciolto oppure la prospettiva di dettare incontrastati le regole da rispettare nel nuovo secolo americano fatto sta che la convinzione di aver avviato una globalizzazione dagli equilibri immodificabili è stata condivisa da almeno quattro presidenti americani iniziando da Bill Clinton e proseguendo con Bush jr, Obama e Biden. In quei trent’anni gli equilibri non sono rimasti immobili. La Cina non ha accettato di rimanere la fabbrica del mondo per prodotti a bassissimo valore aggiunto e a prezzi stracciati; la Russia non si è rassegnata ad essere una “potenza regionale che sta perdendo di forza” come l’ebbe a definire Barrack Obama nel marzo del 2014, l’India si è messa in cammino e in molte delle nuove potenze che venivano ritenute bloccate nel nuovo ordine mondiale in posizione fissa si sono messe in movimento e a grande velocità. I BRICS, pur nella loro eterogeneità sono un chiaro segnale della non accettazione di un destino già scritto.

Già nel 2001 Karl  Rove, vice capo di gabinetto sotto la presidenza Bush jr sosteneva che: “noi (gli Stati Uniti) siamo un impero e quando agiamo creiamo la nostra realtà. E mentre voi studiate diligentemente questa realtà noi continueremo ad agire per crearne di ancora di nuove”.  Ecco dunque che Trump si è presentato agli americani come il Mr. Wolf di Pulp Fiction: “sono Mr Wolf. Risolvo problemi!

Per Trump e per gli Stati uniti del popolo MAGA la soluzione del problema è di prendere il sistema che è divenuto disfunzionale ai loro interessi e riconfigurarlo e se questo non sarà conveniente o possibile distruggerlo e sostituirlo con un altro.

Si deve dare atto alla prima presidenza di aver chiaramente percepito come gli Stati Uniti non avrebbero portato mai a compimento il sogno del secolo americano percorrendo la strada della globalizzazione dominata dal dollaro e dalla convinzione di poter imporre a tutto il pianeta l’american way of life. La seconda presidenza non è che l’attuazione brutale della cura al male individuato nella prima. Anche in questo non si può negare certo la coerenza. La variabile che oggi condiziona l’azione americana è però il tempo. Secondo Trump e i suoi numerosi sostenitori ne è rimasto davvero poco prima che gli Stati Uniti non saranno più in grado di contrastare il tentativo di detronizzarli da parte della Cina.

Al di là degli aspetti più evidenti della debordante personalità di Donaldo il Biondo si può dire che la ruvida brutalità delle sue scelte derivi da un’analisi della situazione per molti aspetti condivisibile nonché dalla consapevolezza di non avere molto tempo a disposizione. L’affannosa corsa trumpiana deriva, infatti dalla convinzione che la Cina stia ormai procedendo a velocità tale che entro 10 o 15 anni diventerà un osso troppo duro per essere morso dallo Zio Sam. A questo si aggiunge la consapevolezza che la sua presidenza e la sua visione del problema e delle soluzioni potrebbero non essere confermate già alle prossime elezioni presidenziali.

Si tratta quindi di far sopravvivere l’antiglobalismo trumpiano allo stesso Trump e questo si può sperare solo convincendo milioni di americani di aver imboccato la strada giusta e per questo è necessario portare a casa risultati tangibili, vale a dire migliori condizioni di vita, inflazione in calo, maggior prestigio internazionale, meno spese e più investimenti.

Come prima mossa Donaldo il Biondo e la sua numerosa tribù hanno deciso di costruire un bunker americano inattaccabile da quelli che per ora sono solo competitor, ma che potrebbero trasformarsi presto in nemici.  Per costruire la fortezza e prepararsi per tempo al confronto aspro che potrebbe anche trasformarsi in uno scontro diretto si è ritenuto necessario mettere in difficoltà i propri concorrenti. In piena logica hobbessiana tutti sono concorrenti. Non solo Cina, Russia o India, ma anche l’Unione Europea. Gli strumenti scelti per iniziare a contrastarci, oltre ad una ondivaga politica di dazi e tariffe, sono energia e materie prime. In seconda battuta per Washington si tratta assicurarsi il controllo delle rotte marittime mondiali o di rinsaldarlo là dove l’abbiano già. Ciò potrà avvenire non solo attraverso la forza di una marina militare di incomparabile potenza, ma anche con il possesso dei principali punti di obbligato passaggio o choke points (foto) come li avrebbe definiti l’inventore del sea power, Alfred Mahan.  Ecco quindi che Venezuela, Groenlandia, Golfo Persico e persino l’Iran sono legati da un unico filo rosso: rendere difficile al gigante cinese approvvigionarsi di idrocarburi, in altri termini ritardarne la crescita.

Ciò che Trump sta tentando di fare è dunque chiudere i rubinetti a Pechino. E non solo. Sta ricercando anche il controllo fisico dei principali stretti e passaggi marittimi del mondo, che da soli riescono ad influenzare il commercio marittimo e le relative catene di approvvigionamento. Panama e la Groenlandia vanno quindi letti anche in questa prospettiva.

Il costo, per noi nazioni non imperiali di medie e piccole dimensioni che, ricordando Rove, non siamo in grado di formare la realtà ma viviamo nella storia o nella narrazione di essa, appare spropositato. Tuttavia, ricordando l’ammonimento del Primo Ministro canadese è bene che si prenda coscienza che si è ormai nel mezzo di una rottura non di una transizione morbida.

Possiamo strepitare, lamentarci o indignarsi: poco cambia. Sarebbe tuttavia più utile procedere, in primo luogo, con un censimento onesto delle nostre potenzialità economiche, finanziarie, industriali, geografiche e militari, sia come aggregato sia come singoli stati. Una volta compresi chiaramente quali siano i nostri punti di forza e le relative debolezze, chiedersi quindi cosa abbiamo intenzione di fare, sia come singoli Stati firmatari del trattato intergovernativo dell’unione europea (l’Unione Europea NON E’ uno stato) oppure come Stati sovrani. In questa ultima ipotesi non sarebbero da escludere quelli che il direttore di Limes Lucio Caracciolo ha definito come allineamenti temporanei per la salvaguardia di interessi comuni. Allineamenti che hanno da tempo sostituito le vecchie alleanze – probabilmente anche l’alleanza per eccellenza: la N.A.T.O.

Qualche esempio? Un “consorzio” Italia-Francia-Spagna &Co per l’area mediterranea oppure iniziative che leghino paesi dell’Africa con alcuni paesi europei e così dicendo. Tutto questo dibattito – se mai sia stato avviato nel nostro continente – avviene mentre Trump e gli Stati uniti stanno facendo provviste per un inverno che tutti, volenti o nolenti, dovremo attraversare prima di arrivare all’ennesimo, nuovo ordine mondiale.

Guardando a questi primi freddi e al cadere delle foglie possiamo decidere di sederci ad osservare mentre Donaldo il Biondo si affanna a costruire la sua tana, oppure contrastarlo o ancora tentare di individuare un luogo dove poter passare la tempesta, magari non lontano da quello che è stato il nostro maggiore alleato e protettore. Sta noi decidere, perché l’unica vera disgrazia sarà non decidere.

2 pensieri riguardo “FRIGO BAR- A DONALD PIACE L’ICE- Seconda parte.

  1. Buongiorno Generale Capitini, articolo molto interessante.
    Per poter difendere i nostri interessi nazionali e continentali (posto che si possa trovare in Europa un interesse condiviso), ci vorrebbero dei politici degni di questo nome. Personalmente vedo solo politicanti incapaci, arrivisti e dannosi per i popoli che sono chiamati ad amministrare. E per il momento nessuna figura di particolare interesse che si affacci sull’orizzonte politico.
    Buona giornata
    Andrea Nissotti

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