2,15 milioni di chilometri quadrati, quanto metà dell’intera Unione Europea o, se preferite, poco meno di un quarto dell’intero territorio degli Stati Uniti; Persino nel Sahara occidentale o al centro del deserto mongolo si hanno maggiori possibilità di incontrare qualcuno rispetto a questa che rimane la maggiore isola del pianeta e ultima al mondo per densità di popolazione. Il suo è un nome impronunciabile in una lingua parlata ormai da meno di 100.000 persone in tutto l’Artico: Kalaallit Nunaat. Per noi, freddolosi mediterranei, la Groenlandia. Per meglio comprendere cosa sta succedendo da quelle parti in questi giorni potrebbe essere utile partire dalla storia di questa parte del pianeta della quale Donaldo il Biondo si è incapricciato. Iniziamo dunque con una data: il 982 d.C.

In quell’anno l’esploratore norreno Erik il Rosso, esiliato dall’Islanda sembra per aver commesso un omicidio, sbarcava su quelle coste dando il via alla colonizzazione europea di quella remota parte del mondo. Doveva esserci arrivato in piena estate oppure aver frequentato qualche corso di marketing turistico, visto che ad Erik venne in mente di chiamare Groenland, (terra verde) quella distesa di pietre e ghiaccio.
Fu forse inseguendo il miraggio di pascoli verdi e margherite fiorite che tra il 980 e l’anno Mille centinaia di islandesi a bordo di qualche knarr ne raggiunsero le coste meridionali. Qui, per oltre quattro secoli, le colonie norrene di Groenlandia avrebbero regolarmente commerciato con la madrepatria islandese distante poco più che 400 miglia nautiche mentre nel resto d’Europa la storia andava avanti incurante di foche, balene e orsi polari. Fu così che nel 1380, mentre Victor Pisani conquistava finalmente Chioggia per la Serenissima Repubblica di Venezia e i Turchi si prendevano Sofia, ad Oslo moriva Haakon VI Magnusson, re di Norvegia. Che c’entra con i norreni, le foche e la Groenlandia direte voi? Un po’ di pazienza.
Alla morte di Haakon viene eletto Olaf che unifica i regni di Norvegia e Danimarca inclusa quindi Islanda e Groenlandia. Con ogni probabilità i vichinghi di Groenlandia non se ne saranno neppure accorti. I loro villaggi, infatti, erano da tempo in rovina e da lì alla metà del 1400 sarebbero scomparsi del tutto. Non sarebbe però scomparso il diritto di possesso che il re di Norvegia e Danimarca accampava su quelle terre anche se c’è da essere certi che poco gli importasse di quello scoglio inospitale.
Dopo Erik il Rosso e ben prima di Donaldo il Biondo ci avrebbe pensato il padreterno a modificare i destini dell’isola. Già a metà del 1400 il problema planetario non era il riscaldamento, ma il raffreddamento globale. Tra il 1300 e il 1800 la terra, infatti, ha attraversato quella che oggi viene definita come “la piccola glaciazione”. Un periodo di lunghi e gelidi inverni che portarono carestie e miseria in gran parte dell’emisfero nord, ma fornirono però un utilissimo ponte di ghiaccio agli Inuit, una popolazione originaria della Siberia che, piano piano, colonizzò la Groenlandia al posto degli scomparsi Vichinghi. Di certo gli Inuit avevano poca o nessuna consapevolezza di essere sudditi del regno di Danimarca.
Si dovette attendere il 1721 ed un pastore luterano, Hans Egede, perché Copenhagen tornasse ad interessarsi dell’isola. Il pastore Egede e sua moglia sbarcarono là dove sarebbe sorto il primo insediamento stabile danese in Groenlandia. Il pastore Egede lo battezzò Godthabe (buona speranza) un nome che durò fino al 1979 quando venne mutato in Nuuk. Dopo Godthabe i danesi fondarono il porto di Jacobshavn, la moderna Ilulissat e nel 1885 si spinsero sulla costa est fino ad Ammassalik, l’isola su cui sorge l’attuale Tusilaq. Passarono altri quarant’anni perché nel 1910 un’altra spedizione danese raggiungesse la costa nord-orientale fondando la stazione di Thule, che oggi si chiama Qaanaaq e nelle cui vicinanze sorge la base aero-spaziale americana di Pituffik.
Nei nove secoli che separano Erik il rosso dai pionieri danesi di Thule, oltre alla scomparsa dei vichinghi e all’arrivo degli inuit nel resto del mondo sono successe un sacco di cose. Ad esempio, Colombo ha scoperto l’America, George Washington ha fondato gli Stati Uniti e persino il Presidente Monroe, nel 1823, ha avuto il tempo di elaborare la sua famosa dottrina. Tutto questo ben prima che la famiglia Trumpf decidesse di lasciare Kallstadt, ameno villaggio della Renania-Palatinato, per sbarcare nella “terra dei liberi e dei forti” e dopo un secolo regalare all’umanità il dono del piccolo Donaldo il Biondo. Occorre ricordare che in tutto questo tempo i vari re di Danimarca sono sempre rimasti anche re della Groenlandia. Si può infine aggiungere un minuscolo corollario a questa storia di compravendite.

In verità nel 1916 la Danimarca accettò davvero di vendere qualcosa agli Stati Uniti, ma non la Groenlandia, bensì le Dansk Vestindien ai più ignote come “Indie Occidentali Danesi“, una manciata di isolette nel mar dei caraibi. Washington se le aggiudicò per 25 milioni di dollari in oro e… un foglio di carta. Si tratta della cosiddetta “dichiarazione Lansing” dal nome del Segretario di Stato americano Robert Lansing che la firmò il 4 agosto 1916. Nella dichiarazione – rilasciata come documento collaterale/appendice alla Convenzione principale tra Stati Uniti e Danimarca per la cessione delle Indie Occidentali danesi – gli Stati Uniti affermavano che non si sarebbero opposti all’estensione dei propri interessi politici ed economici da parte della Danimarca sull’intera isola di Groenlandia, che all’epoca non aveva il pieno controllo pratico dell’intero territorio.

Facciamo ora un salto di qualche secolo, fino al 1940. In quell’anno, per l’esattezza il 9 aprile, i tedeschi invadevano la Danimarca che nel frattempo si era dichiarata neutrale, ma, si sa, per Adolfo da Brunau am Inn i trattati e le leggi internazionali erano chiffon de papier. Sul piccolo regno il Furer stabilì un protettorato, soluzione che permise al re Cristiano X di rimanere al suo posto conservando una parvenza di normalità. Sarà da allora che la parola “protettorato” alle orecchie danesi suona maluccio, soprattutto quando a pronunciarla è un presidente americano di origine teutoniche. Si sa, buon sangue non mente.
Nel 1941, con la Danimarca “protetta” dai nazisti, Henry Kaufman, ambasciatore danese a Washington, allo scopo di evitare che anche quell’artico pezzo di regno finisse “protetto” da Berlino, permise agli Stati Uniti di Roosevelt di stabilire lassù cinque basi militari anche perché, nel frattempo, Adolfo aveva già iniziato a posizionare da quelle parti una serie di stazioni meteorologiche utili alle operazioni dei suoi U-Boote nel nord Atlantico.

Finita la guerra, Copenaghen chiese gentilmente che l’isola di Erik il Rosso, del pastore Egede e degli Inuit gli fosse restituita per cassato pericolo teutonico, ma a questo punto erano gli Americani e non più i nazisti a non voler mollare l’osso. Nel 1946 il presidente Harry Truman (quello della foto e delle bombe su Hiroshima e Nagasaki) per l’acquisto dell’isola propose alla Danimarca la cifra di ben 100 milioni di dollari. Ai prezzi di oggi sarebbero più o meno 2 miliardi che sono comunque una bella cifra. Fatto sta che re Federico IX di Danimarca preferì tenersela.
L’idea non era certo nuova. Già nel 1868, dopo l’acquisto dalla Corona imperiale russa dell’Alaska per 7,2 milioni di dollari, negli ambienti di Washington si cominciò a pensare di estendere l’attenzione all’Artico. Venne quindi prodotto un rapporto governativo che valutava Groenlandia e Islanda come possibili tasselli dell’espansione strategica e commerciale yankee nel Nord Atlantico. Tuttavia, l’idea di impossessarsi di tutto quel ghiaccio pieno di lupi ed orsi non risultò particolarmente gradita agli elettori americani anche perché dopo l’Alaska il vero obiettivo di Washington era di annettersi, conquistare oppure comprarsi il Canada britannico (anche questo non è la prima volta che si sente). Purtroppo per loro e per fortuna dei canadesi nel 1867 la Corona britannica aveva deciso di accordare la completa autonomia alle sue province nordamericane e con questo vanificò ogni pretesto di una guerra per liberarle dall’oppressivo e dispotico dominio britannico. Da lì in poi non se ne fece più nulla, almeno fino alla seconda presidenza di Donaldo il Biondo.

Per tornare al tema principale, la fine della Seconda guerra mondiale aveva portato non ad una armoniosa pace tra i popoli ma ad una guerra fredda. Nel 1946, lo stesso anno in cui Truman voleva comprarsi la Groenlandia, Winston Churchill (foto), in un celebre discorso al Westminster College di Fulton, nel Missouri, aveva avvertito che una cortina di ferro era ormai calata sull’Europa, da Stettino a Trieste e tanto per rasserenare gli animi, nel 1949 l’Unione sovietica – solo quattro anni prima alleata di Washington contro Berlino – faceva esplodere la sua prima bomba atomica.

Il clima politico e le necessità geostrategiche erano cambiati e di molto e quella porzione di terra così vicina all’Unione sovietica era tornata indispensabile. Il tira e molla tra Copenaghen e Washington per il suo controllo sarebbe continuato fino al 1951, quando il 27 aprile, un venerdì, le due parti stipularono lo “Agreement pursuant to the North Atlantic Treaty, concerning the defense of Greenland”. 14 articoli che facevano decadere i patti sottoscritti nel 1941 e in cui venivano indicate delle “aree di difesa” in territorio groenlandese da passare sotto il controllo americano. Si metteva inoltre nero su bianco che qualora fosse stato necessario individuarne altre non ci sarebbe stata alcuna opposizione da parte danese a patto che il piccolo paese scandinavo avesse mantenuto la sua sovranità sull’isola di Erik il Rosso. Nell’ultimo di quei 14 articoli si concordava infine che il trattato sarebbe rimasto in vigore fintanto che fosse durata la NATO (sic).

Nell’agosto del 1957, dalla base di Baikonur, l’URSS lanciava il suo primo missile intercontinentale, lo R-7 Semërka. Era questa un’arma in grado di raggiungere il territorio degli USA in meno di mezz’ora e la via più breve per farlo era di sorvolare Polo Nord e Groenlandia. Se questo non fosse bastato per entrare in Atlantico ai sottomarini nucleari della flotta sovietica del nord di stanza a Severomorsk avrebbero avuto pochissime vie e una di queste correva parallela alla costa orientale della Groenlandia.
Per evitare la sorpresa di trovarsi un sottomarino classe Alfa o Kilo alla foce del Hudson gli americani avevano costellato il cosiddetto GIUK Gap (vds mappa) di una serie infinita di boe e sensori. Con quell’acronimo – G.I.UK. – veniva indicato il tratto di mare di oltre 700 miglia marine (circa 1500 km) tra la Groenlandia, l’Islanda e la Gran Bretagna. A questo punto risulterà chiaro come la Groenlandia fosse diventato un avamposto indispensabile per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti (vi suona familiare?) che mai e poi mai l’avrebbero mollata ai Danesi.

Subito dopo la fine della Guerra mondiale anche la comunità inuit di Groenlandia dovette fare i conti con un mondo in evoluzione. E non furono affatto piacevoli. La modernizzazione dell’isola devastò, infatti, la loro piccola società di pescatori e cacciatori. A migliaia gli inuit furono costretti a spostarsi dai minuscoli villaggi della costa nei nuovi e più moderni insediamenti dove risiedevano gli stabilimenti ittici.

Trasformare la pesca da attività di sussistenza in industria era stato, infatti, uno degli strumenti scelti dalla Danimarca per trasportare la Groenlandia nella modernità. Halibut, salmoni ma soprattutto gamberetti sarebbero divenuti il nuovo oro per l’industria alimentare e gli inuit, chiamati a migliaia a lavorare negli stabilimenti, i nuovi minatori.
E non fu solo una questione di economia, ma ci fu di peggio. Nel 1951, l’anno in cui Copenaghen firmava il suo storico trattato con gli USA, le autorità danesi decisero di deportare una ventina di bambini inuit in Danimarca con l’idea di educarli all’occidentale e farne la nuova classe dirigente dell’Isola. L’esperimento di ingegneria sociale non riuscì. La metà dei bambini morì entro poco tempo e molti altri ebbero gravissimi disturbi mentali. E non finisce qui. Tra gli anni ’60 e 70 sempre la Danimarca avviò un largo progetto di limitazione delle nascite tra Inuit posizionando anticoncezionali in oltre 4000 donne. Il risultato fu che intere minuscole comunità si estinsero e il tasso di crescita della popolazione locale si arrestò per molto tempo.

Le ferite aperte nel periodo coloniale forse non si sono mai del tutto rimarginate e questo spiega il forte sentimento di indipendenza degli isolani che ha portato progressivamente ad un allontanamento da Copenaghen senza che però si verificasse un’aperta rottura.
Nel 1979 venne aperto il primo parlamento autonomo groenlandese. 31 seggi e – ad oggi – cinque partiti e dal 2009 gode di uno statuto autonomo rispetto alla Danimarca. Nel 1985 l’Isola scelse la sua attuale bandiera e nello stesso anno abbandonò la Comunità Economica Europea per proteggere le proprie acque costiere dalla pesca industriale praticata dall’Europa.

Ad oggi la Groenlandia non fa parte dell’Unione Europea, tuttavia mantiene accordi commerciali con Bruxelles e beneficia di fondi specifici come territorio d’oltremare associato. È una posizione ibrida, che consente al territorio di proteggere i propri interessi economici senza rinunciare completamente ai rapporti con l’Europa. Nel 2014 il governo autonomo groenlandese ha insediato una commissione bilaterale per sanare e regolarizzare i controversi rapporti con la Danimarca.
Se si guarda a come vivono in 57.000 abitanti dell’isola si scopre che in media un groenlandese guadagna circa 30.000 dollari l’anno, ma la vita sull’isola è davvero molto cara per cui il 16% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà (in Italia siamo attorno al 9.8%). Ogni anno il governo di Copenaghen destina alla Groenlandia poco meno di 600 milioni di euro pari al 25% dell’intero PIL della Isola che ammonta a poco meno di 3,3 miliardi di dollari.
Pochi soldi e poca gente. Troppo pochi per poter pensare di stare in piedi da soli. È questa la questione di fondo che frena ogni volta la reale indipendenza dell’Isola da tutto e da tutti. Per ragioni geopolitiche come economiche i groenlandesi devono appoggiarsi a qualcuno che sia l’Europa o gli Stati Uniti e questo a Nuuk lo capivano bene ben prima che Donaldo il Biondo iniziasse a ringhiare. Per completare questa breve panoramica sulla società dell’isola ad oggi il principale problema è l’alcolismo. Tra gli anni 70 e 80, all’apice del processo di urbanizzazione forzata e conversione al lavoro parcellizzato nelle fabbriche, i groenlandesi bevevano circa 22 litri di alcool a persona all’anno (In Italia 19,7). Oggi i valori si sono attestati sui 7 litri all’anno, inferiori a quelli dei paesi europei; tuttavia, la metà dei giovani groenlandesi di età compresa tra i 15 e i 35 anni soffre tutt’ora di problemi di salute legati all’abuso di alcool. A preoccupare sono anche i reati e i comportamenti devianti legati al consumo di alcool: stupri, percosse, risse, violenze domestiche sono, infatti, molto diffuse. Oltre il 40% delle donne groenlandesi dichiara inoltre di essere stato molestato o stuprato entro i 18 anni. Infine, la Groenlandia è il territorio con il più alto tasso di suicidi al mondo; 83 ogni 100.000 persone all’anno. Nella costa est dove la colonizzazione è arrivata più tardi e con effetti ancora più devastanti il tasso balza a 400 suicidi ogni 100.000 abitanti. L’aspettativa di vita di un groenlandese è di 74 anni per una donna e 69 per un uomo. Quello che ne risulta è dunque una società piccola, fragile e disorientata e pur tuttavia consapevole della sua specificità e delle sue tradizioni che guarda al mondo al di là dei ghiacci con una certa, motivata, diffidenza.
Eccoci dunque ai giorni nostri. O quasi. È noto come al tempo della sua prima presidenza (2017-2021) la Groenlandia fosse già in cima ai pensieri di Donaldo il Biondo tanto che nel 2020 il Corpo degli Ingegneri degli Stati Uniti aveva avviata una ricerca di mercato tra le ditte in grado di eseguire pesanti lavori di ammodernamento e ampliamento della base di Pituffik. La ricerca non aveva prodotto risultati concreti, ma nel frattempo Donaldo il Biondo era stato spodestato da “Sleepy Joe” Biden. A Copenaghen qualcuno si era comunque domandato che fine avessero fatto i progetti per la base e i relativi stanziamenti. Il governo danese avanzò quindi una interrogazione ricevendo dal Dipartimento della Difesa (non ancora della guerra) una risposta nella quale si riferiva che quei progetti non erano più da considerarsi attuali e che non c’era più la volontà politica di portarli avanti. Quindi fino ad almeno al 19 gennaio 2025 la Groenlandia con il suo corollario di russi e cinesi scorrazzanti indisturbati tra gli iceberg non era per Washington una questione di sicurezza nazionale. Business as usual.

Tutto sarebbe cambiato a partire dalle 17 del 20 gennaio quando nella rotonda del Campidoglio Donaldo il Biondo prestava giuramento come 47° presidente delle Stati uniti non su una Bibbia, ma addirittura su due; quella storica di Abramo Lincoln e quella di Mamma Trump. Dopo aver cambiato nome al Golfo del Messico, portato la pace in otto conflitti, rinominato il dipartimento della difesa, preteso un Nobel per la pace, fatto eleggere un Papa statunitense e altre meraviglie, Donaldo il Biondo ha di nuovo rivolto lo sguardo teutonico verso la Groenlandia divenuta di nuovo essenziale per la sicurezza degli States. Fatalità vuole, inoltre, che i fondali marini dell’isola sembra nascondano circa 18 miliardi di barili di petrolio e oltre 4 trilioni di metri cubi di gas naturali, pari al 10% di tutto il petrolio e gas rimasto nel pianeta e che minerali come oro, zinco, rame, bauxite e uranio giacevano ancora intatti sotto i 2 o 3 km di ghiaccio. Sebbene lo stemma di famiglia esponga “mano rapace in campo altrui” è comunque ben noto il disinteresse di Donaldo verso il denaro.
Il 27 agosto 2025 una televisione danese mandava in onda un servizio in cui su accusava Washington di aver inviato tre agenti in Groenlandia per sobillare la popolazione e predisporla favorevolmente ad una eventuale prossima annessione agli Stati Uniti. A tale riguardo il governo dei Copenhagen aveva convocato per chiarimenti l’incaricato d’affari statunitense, Mark Stroh. Ci avrebbe pensato direttamente Donaldo il Biondo a derubricare il fatto a una semplice attività conoscitiva come si è sempre fatto. Sei mesi prima, nel gennaio 2025 il figlio di Donaldo il Biondo si era fatto un giretto a Nuuk accompagnato da tale Jorgen Boassen, ex muratore e uomo di Trump in Groenlandia. In quell’occasione Boassen aveva accompagnato il giovane rampollo e i suoi amici in un ristorante dove sostenitori di Trump con tanto di cappellini “Make America Great Again” l’avevano acclamato come il Messia.

Due mesi dopo la visita di Trump jr, nel marzo 2025, era toccato addirittura al Vicepresidente Vance (foto) di farsi un giro – non invitato – da quelle parti e più precisamente nella non ancora ampliata base aero-spaziale di Pituffik. Nel corso della visita l’elegiaco vicepresidente americano aveva tenuto a precisare che “Il nostro messaggio alla Danimarca è semplice. Non avete fatto un buon lavoro per la popolazione della Groenlandia. Su questo si centra la politica del presidente Trump“, aggiungendo quindi che “… non pensiamo che la forza militare sarà necessaria. E poiché pensiamo che la gente della Groenlandia sia razionale e in gamba, pensiamo che saremo in grado di concludere un accordo nello stile di Donald Trump per garantire la sicurezza di questo territorio e degli Usa“.
Sarà stata una coincidenza che pochi giorni dopo la visita di Vance circa 41.000 elettori groenlandesi, quelli razionali ed in gamba, sono stati chiamati ad eleggere il nuovo parlamento groenlandese. Con circa il 30% dei voti ha vinto tal Jens Friederik Nielsen (foto) del partito Demokratiik (democratico) il meno favorevole all’annessione agli Stati Uniti.

Al secondo posto, con il 25%, si è classificato il partito Naleraq che l’indipendenza la vuole subito, ma l’annessione con calma. Il resto dei 31 seggi del parlamento sono poi andati ai tre partiti minori: Inuit Ataqatigiit (Comunità Inuit); Siumut (Avanti) e Solidarietà. I primi due sostengono un graduale processo di indipendenza mentre il terzo vuole rimanere legato alla Danimarca. Su una cosa sembrano essere tutti d’accordo: prima o poi la Groenlandia sarà indipendente ma nel frattempo è meglio tenersi vicini alla Danimarca piuttosto che agli States. I cartelli con la scritta “Make America Go Away” sventolati a Nuuk durante la manifestazione del 17 gennaio 2026, la più grande mai vista in Groenlandia, la dicono lunga su quale siano i sentimenti degli abitanti dell’Isola.

In quale considerazione potranno essere tenute la volontà espressa dai groenlandesi o il preoccupato disappunto degli alleati europei si può dedurre da una dichiarazione dello stesso Donaldo il Biondo il quale al giornalista del New York Times che domandava se il diritto internazionale rappresentasse per lui un limite alla sua azione dava una risposta che neppure Ciro il Grande si sarebbe sognato di dare: «il solo limite alle mie azioni internazionali è la mia moralità e la mia mente; è l’unica che può fermarmi…non mi serve il diritto internazionale». “Magna tranquillo!” direbbero a Roma. (fine prima parte)