Ricordi personali dell’ultimo giorno di Giovanni Paolo II
Alla fine di marzo 2005 avevo una camera all’hotel Corsini, in via Giardini, a due passi dall’ospedale di Pavullo nel Frignano. Da Jesi mia madre era stata ricoverata lassù, in un ospedale senza nome come sono gli ospedali dei paesi prima che qualche riforma sanitaria li cancellasse.
Lassù operava un chirurgo, a parere dei medici jesini un vero luminare, che avrebbe potuto salvargli un piede fratturato e aggredito dal diabete. Questo il motivo per cui mi trovavo lassù, dove passa il confine tra il pioppo e l’ulivo; tra la pianura che taglia la gola alle rane e l’infinito mare delle colline d’Appennino.
I giorni a Pavullo erano trascorsi tra una speranza, la paura e una cena in pensione, ma alla fine l’operazione era andata bene. Mia mamma aveva ancora il piede e per me era ormai arrivato il tempo di tornare a Roma.
Dai tempi del liceo, quando con il mio compagno di banco ed amico del cuore ci avevo trascorso una quindicina di giorni, avevo sviluppato una sorta di allergia per quella città. Roma per me rappresentava in eccesso tutto ciò che non tolleravo nelle cose e nelle persone. Troppo traffico, troppo sporco, troppa furbizia. Facile dunque immaginare con quale animo ero salito in macchina per farvi ritorno.
Appena fuori il paese mi era salito irrefrenabile il desiderio di rendere il viaggio il più lento e più lungo possibili. Scartata quindi l’idea dell’autostrada imboccai la vecchia statale che conduceva in Appennino fino a Porretta Terme e da lì, giù verso Pistoia e il Tevere. Allora avevo una bella Fiat Barchetta color argento, l’ideale per quelle strade di montagna all’inizio di primavera. E ce l’ho ancora, anche se impolverata.
Avevo acceso la radio e visto che in auto mi piace sentir parlare più che ascoltare musica ero finito, credo, su RAI 2. Da giorni il papa stava male e quel giorno, il 2 aprile 2005 dal mattino era ormai chiaro che si era alla fine. Guidavo ed ascoltavo; ascoltavo e guidavo. Ogni tanto un caffè e due passi per sgranchirmi le gambe o fare un paio di foto. Così verso le sette di sera ero arrivato a Civita Castellana, a pochi chilometri ormai da casa. Per tutto il viaggio avevo seguito l’agonia di quest’uomo. Avevo ascoltato testimonianze di questo e di quello, ricordi d’infanzia e collegamenti da piazza San Pietro. Dentro ognuna di quelle conversazioni non c’era nulla di speciale o di interessante se non il fatto che l’intero Paese si fosse fermato in attesadella notizia. Quello si che era davvero inatteso. Almeno per me.
Decisi di tirar dritto fino a Roma. Ci arrivai in meno di un ora e riuscii anche a trovare un parcheggio in via dei Gracchi che per chi è pratico di Roma è un po’ come trovare un diamante. Scesi dalla mia Barchetta e mi incamminai verso Piazza Risorgimento. Girato l’angolo con via Cola di Rienzo mi accolse una folla di persone come avviene nei giorni di festa all’ora del passeggio. Solo che non parlava nessuno. Nessuno proferiva parola, anzi si sentiva un leggero bisbigliare e lo scalpiccio di migliaia di scarpe. Nessuno chiedeva cosa fosse successo o dove si stesse andando.
Per chi vive a Roma non sentire il minimo rumore, nessuna sirena, nessun vociare; solo il rumore di migliaia di passi è un’esperienza estraniante. E lo fu certo per me. Fu al tempo stesso una sorpresa e una lezione. La sorpresa veniva certo dal mio giudizio superficiale sulla città e da questo veniva anche la lezione. Per esperienza millenaria Roma sapeva distinguere il valore degli uomini, che fossero re, papi, imperatori o popolani. Agli uomini degni, ed erano pochissimi, riservava la gentilezza nobile del suo volto ossuto; una cortesia quasi timida di chi vuole essere presente ma senza disturbare. Ero là e capivo, o almeno credevo di capire.
Arrivai infine in piazza San Pietro e a fatica trovai un angolo dove fermarmi. Accanto a me, nei pressi del colonnato, tre giovani preti polacchi con la loro bandiera sulle spalle pregavano inginocchiati. Più avanti qualcuno stava sgranando un rosario. Ogni tanto mi arrivava un verso del Padre Nostro o un Amen. Il resto era un accalcato silenzio di attesa. Alle 21 qualcuno disse che il Papa era infine morto.
Pensai a mia madre in ospedale, a me che avevo guidato per cinquecento chilometri per essere là, e pensai al perché mi trovassi proprio in quella piazza. Io che non avevo fatto neppure la cresima, né avevo tanta confidenza con la Chiesa. La risposta era in quella città che detestavo che m’aveva insegnato in un giro di angolo a capire chi è davvero degno di rispetto e chi di una presa per il culo. E visto che l’hanno fatto santo non si sbagliava. Questo il mio ricordo di Giovanni Paolo II che mia sorella chiamava “il Papone”. (P.S. Le foto sono mie).
Prima che EuroUrsula presenti il conto è bene dare un’occhiata a quello che abbiamo in dispensa. Il caso “Strade Sicure”.
Ognuno di noi li ha incrociati almeno una volta. Possiamo averli visti camminare negli atri di una grande stazione, in piedi davanti a qualche importante portone o su un fuoristrada mimetico fermo ad un semaforo. Sono gli uomini di “Strade Sicure”, l’operazione che l’esercito italiano sta portando avanti ininterrottamente dal 4 agosto 2008.
Un bimbo che fosse nato il 4 agosto 2008 quest’anno penserebbe alla maturità e loro, gli uomini e le donne di “Strade sicure” sarebbero ancora là, magari sotto casa sua. Quel bimbo ormai ragazzo potrebbe addirittura iniziare a pensare all’università e loro, i militari, saranno ancora sotto casa , visto che la legge di bilancio 2025 ha prorogato l’operazione fino al 2027.
Sotto un tendino bianco 2 metri x 2 o vicino a un mezzo mimetico quei gruppetti di tre o quattro militari fanno ormai parte del paesaggio urbano come i rider di Glovo e i monopattini. Sebbene la loro sia una presenza silenziosa e discreta l’impegno per “Strade Sicure” non è cosa da poco visto che si sviluppa in metà delle province d’Italia (57 su 107), fornendo vigilanza a 920 siti giudicati sensibili tra cui 20 stazioni ferroviarie nelle città di Genova, Milano, Torino, Bologna, Venezia, Verona, Firenze, Roma, Napoli, Bari e Palermo.
In totale sono 6.600 tra uomini e donne che ogni giorno – per tutto il giorno – se ne stanno nella loro uniforme da servizio e combattimento (questo è il nome della mimetica) a cercare di mantenere sicure le nostre strade e stazioni.
In questi 17 anni hanno fermato e controllato oltre 48 milioni di persone e di auto; 102.000 le persone fermate, arrestate o denunciate; 1.790 le armi sequestrate e 16.800 i veicoli per finire con 2,5 tonnellate di droghe varie sequestrate. Di certo un buon lavoro, ma a quale costo?
Ve lo ricordate il 2008? Il 15 settembre fallisce la Lehman Brothers dando il via alla peggiore crisi finanziaria e poi economica dai tempi del giovedì nero di Wall Street nel 1929; Barrack Obama è eletto per la prima volta Presidente degli Stati Uniti e da noi governa Berlusconi. È il suo quarto ed ultimo governo e per ottimizzare le strutture statali e trovare da fare ai militari che, a suo dire: “… stanno tutto il giorno in caserma a non fare nulla e a perdere tempo...” perché non mandarli per le strade ad aiutare carabinieri e polizia nel difficile compito di mantenere sicure le strade d’Italia? Al ministero della Difesa c’è l’on. Ignazio La Russa che non trova nulla da obiettare e così si è iniziato; per far fare un po’ d’esercizio a quegli sfaccendati.
Alla fine dell’estate 2008 entravano in Accademia gli aspiranti allievi ufficiali del 190° corso Audacia. Ragazzi e ragazze di 19 o 20 anni, convinti che avrebbero servito la Patria come ufficiali dei nostri prestigiosi e storici corpi. Oggi sono Tenenti Colonnelli e quasi tutti li hanno trascorsi entrando e uscendo da un gazebo di Strade Sicure.
Dal 2008 a oggi sono cambiate molte cose. C’è stata la guerra in Libia, l’ISIS e lo stato islamico (quello c’è ancora), l’attentato a Charlie Ebdo e quello all’aeroporto di Bruxelles, la missione francese in Mali e via così fino ad arrivare all’invasione russa dell’Ucraina, alla nuova presidenza Trump e al grido d’allarme di EuroUrsula circa l’imminente invasione di Vladimiro resa ancor più pericolosa dal fatto che Donaldo Belli-Capelli non è detto che verrà a darci una mano.
Se dunque la situazione della sicurezza nell’Europa occidentale è compromessa al punto di dover chiedere ai paesi membri dell’Unione d’indebitarsi con urgenza per circa 600 miliardi di euro; Se da tutte le parti i capi militari delle forze armate chiedono di incrementare gli organici attuali di migliaia e migliaia di uomini (in Italia 40 – 45.000 nell’Esercito e circa 10-15.000 per la Marina) Se la belga Hadja Lahbib, commissaria UE per la Gestione delle crisi, propaganda un kit di sopravvivenza in caso di guerra/crisi, viene da chiedersi se – nel mentre che Vladimiro sta organizzandosi per sferrare l’inevitabile attacco – non si possa fare qualcosa di meglio con quello che si ha. Certo non è poi molto, ma è sempre meglio che niente.
In Italia la sola operazione “Strade Sicure” assorbe dai 12 ai 14 reggimenti di manovra, ciascuno per un periodo di sei mesi durante i quali queste “task forces”, come vengono definite forse per darsi coraggio, vengono sparpagliate per tutta Italia secondo l’immutata visione del Fu Silvio Berlusconi.
Questi sei mesi di “impiego” sono preceduti da una serie di addestramenti specifici dedicati a una cosa sola: far capire a un bersagliere, a un paracadutista o ad un alpino – abituati a pensare in termini di nemico – a ragionare e a comportarsi come un poliziotto, per giunta con poteri assai limitati che lo rendono più simile ad una guardia giurata. Chiediamoci dunque chi, mentre questi 6.600 uomini svolgono un compito simil-guardia giurata, si incarica di fare il soldato, cioè di essere pronto a difendere in armi lo Stato. Vedremo poi.
Al rientro da questi esaltanti sei mesi trascorsi tra la Stazione Termini, i musei Vaticani e via delle Fornaci ci saranno da recuperare i sabati e le domeniche trascorse sotto il gazebo, le ferie non fruite e i giorni di riposo spettanti per legge. Sommato tutto i reduci delle Strade sicure scompariranno per due o tre mesi. Chi decide di rimanere in caserma o di limitare il periodo di assenza lo fa per spirito di servizio e perché non vuole fare brutta figura con il comandante. Nel frattempo i reggimenti che hanno espresso una parte dei militari di una task force devono mandare avanti le attività di tutti i giorni, alcune delle quali incomprimibili. C’è, infatti, bisogno di chi manda avanti l’ufficio amministrazione o l’officina leggera del reparto. E al deposito carburanti a fare i pieni alle dieci di sera chi ci mettiamo? Per non parlare degli autisti dei camion comandati per il ritiro o la consegna di questo o quel pezzo o in qualche altro incarico logistico. Finisco qui un elenco che sarebbe molto più lungo.
Per tradurre tutto in percentuali aggiungiamo che oggi un reggimento medio, se è stanziato al nord Italia, è all’80% della sua forza organica ma quasi al 110% se al Sud. “Bene!” – penserete voi – “usiamo maggiormente i reggimenti di stanza al Meridione“. Ottima idea se non fosse che quel 110% si raggiunge spesso per via degli avvicinamenti dovuti alla legge 104 o per lo svecchiamento dei reparti di provenienza. Insomma, quale che sia il reggimento che prenderete, che sia al nord o al sud, il comandante potrà far conto si e no sul 70-80% degli uomini realmente presenti. Da questi dovrà quindi sottrarre un buon 10-15% da dedicare a “Strade Sicure” il che porta un reggimento a poter far conto sì e no sulla metà della sua forza. Tradotto in termini più comprensibili su un reggimento che paga 800 stipendi si tratterebbe si e no di 500 uomini (Ufficiali, Sottufficiali e militari di truppa, con un rateo d’età dai 19 ai 60 anni) dai quali trarre anche quelli per il funzionamento della caserma e dei servizi.
Adesso parliamo di addestramento. Si tratta di quella attività che ogni esercito serio conduce quando non combatte e che serve a combattere limitando le perdite. “Più sudore, meno sangue” campeggiava una volta sui campi di addestramento ed è vero. E’ sempre stato vero.
Si tratta di svolgere attività alcune banali altre complesse altre molto complesse che fanno di un omino in divisa un soldato combat ready. E – Attenzione! Attenzione! – l’addestramento è un’attività che richiede continuità, determinazione, perseveranza e realismo. Ciò impone un grande dispendio di energie fisiche, mentali ed organizzative, al punto che, in quasi tutti gli eserciti, dopo una quindicina d’anni di marce, corse, spari, arrampicate, lanci, nuotate e notti passate dentro un sacco a pelo sotto un albero, quei soldati vengono ritirati dai reparti operativi e avviati ad incarichi più sedentari. A quel punto avranno circa 35 anni. I nostri soldati, anche nei reparti operativi hanno un’età media di 38 anni e nelle compagnie dei nostri migliori reggimenti non è raro trovare un veterano di 48-50 anni.
A questo punto si pone un semplice quesito che pongo a me stesso prima che al lettore. Prima di pensare a satelliti e droni; anzi, mentre si pensa a quelli e al megasuperipercarroarmatoammazza-tutti-i-nemici-con-forza-del-pensiero, non sarebbe meglio iniziare a guardare nei cortili delle nostre caserme, ridando dignità a chi, per passione o per bisogno, ha deciso di vestire l’uniforme? Fargli fare il soldato è già di per sé abbastanza gravoso da non aver bisogno di appioppargli qualche altra faccenda per la quale altri sono già pagati.
Mentre con una mano agitano Vladimiro, con l’altra ci tolgono il portafoglio. Qualche riflessione su Rearm Europe
Di recente mi sono rivisto “La caduta – gli ultimi giorni di Hitler”, un film del 2004 con un magistrale Bruno Ganz nelle difficile parte di un Adolfo agli sgoccioli, ormai disconnesso dalla realtà di una guerra perduta. Tra un urlo, una destituzione e un momento di depressione Adolfo vagheggiava della 9^ armata di Busse pronta nei suoi sogni a respingere i bolscevichi fuori da Berlino. In realtà i russi di Zucov e gli ucraini di Konev erano già sulla Voss Strasse, a 400 metri dalla Neue Reichskanzlei da dove la Germania avrebbe dovuto governare il mondo per mille anni. Grande film.
E deve averlo visto anche EuroUrsula rimanendone talmente impressionata da credere che i russi, questa volta quelli di Gerasimov, fossero di nuovo nei sobborghi di Berlino. Attraversando uno Stargate che univa la primavera del ‘45 a quella del 2025, EuroUrsula ha suonato la sirena e chiamato alle armi i popoli, anzi, i governi e le banche d’Europa annunciando loro che non c’era un secondo da perdere. Vladimiro, in preda a bulimia da zolla era già in marcia verso ovest. Sembrava che uno dei satelliti di Elonio l’avesse individuato in fila tra Roncobilaccio e Barberino del Mugello, ma la notizia non era stata confermata.
Tanta era la paura di EuroUrsula da non darle il tempo né per l’ennesima messa in piega e neppure per informare quel simulacro di democrazia rappresentativa che è il parlamento europeo. La Sventurata si era rivolta direttamente al Consiglio europeo, vale a dire al consesso dove si riuniscono i capi di Stato e di governo dei paesi dell’Unione. Nel nostro caso la Giorgia Nazionale. Rivolgendosi a chi in Europa comanda davvero EuroUrsula non ha però fatto appello né ai luminosi destini della Patria, né alle virtù guerriere degli avi e neppure ai sacri valori della Civiltà occidentale minacciati dalle orde ex-bolsceviche. Per carità. Al contrario ha parlato di soldi. Tanti, tanti soldi.
Per memoria riassumo il nocciolo dell’appello. Ci sono circa 800 miliardi di euro da spendere con estrema urgenza, ma a parte un 150 miliardi, questi soldi non sono da pescare dai fondi europei (che poi sono sempre soldi versati al fondo dagli stati nazionali), ma vanno trovati nelle pieghe dei singoli bilanci nazionali.
E se qualcuno, guardando alle desolate condizioni delle proprie finanze, proprio non riesce a trovare quei 30 o 40 miliardi per difendere la civiltà? DO NOT PANIC! EuroUrsula autorizza tutti i Paesi a fare debito. Quando si parla di debito pubblico noi italiani di certo non abbiamo niente da imparare da nessuno visto che siamo a 2.561 miliardi (fonte ministero del Tesoro, dati al 25 febbraio 2025). Cosa vuoi che sia aumentare il tutto di altri 30 o 40 miliardi? È vero però che quando abbiamo chiesto di indebitarci per modernizzare la rete delle infrastrutture strategiche; la sanità post-Covid e persino per mettere in sicurezza le parti più malandate del nostro tremolante paese che ogni tre-per-due frana o finisce sott’acqua la stessa EuroUrsula ci ha fulminati con un’occhiataccia che avrebbe gelato persino Ebenezer Scrooge. Allora perché adesso c’è tutta questa fretta? Oltretutto la Polstrada ha intanto precisato che tra Barberino di Mugello e Roncobilaccio ci sono sempre i soliti rallentamenti, ma di Vladimiro nemmeno l’ombra e c’è chi addirittura inizia a parlare di trattative di pace per porre fine al conflitto d’Ucraina.
Si sa che di Vladimiro non ci si può fidare. Ne sanno qualcosa Aleksej Navalnyj, Anna Politkovskaja e 40 milioni di ucraini. Così EuroUrsula ha deciso che dovevamo armarci per dissuaderlo dal farci una guerra che lui non ha alcuna intenzione di farci e per essere noi pronti per una guerra che nessun europeo è disposto a combattere. Sembra di essere in una pièce di Ionesco.
SeVladimiro non solo non ha intenzione di attaccarci, ma non ne ha neppure i mezzi, almeno non più di quelli che ha sempre avuto a disposizione. Se da qui ai prossimi 20 anni non avremo alcun esercito europeo inteso come strumento dell’Unione Europea. Se l’Unione per come è stata pensata non ha autonoma capacità di dichiarare guerra a chicchessia e neppure di intraprendere una propria politica estera o interna per il semplice fatto che NON E’ uno Stato, né una federazione di Stati e neppure una Confederazione, ma una “Cosa” che, forse diverrà col tempo qualcosa di riconoscibile, magari come diceva il Senatore Monti: “…crescendo da una crisi all’altra”. Se EuroUrsula non ha pensato di presentare uno straccio di piano strategico, magari derivato da un qualche studio sulla sicurezza sviluppato da un ente o da università che, grazie a Dio, in Europa non mancano. Se per rispondere alla domanda su quale fosse la minaccia da affrontare gli stessi militari non sono stati neppure interrogati. Se, dunque, si mettono in fila tutti questi “se” viene spontaneo sospettare che dietro a tutta questa fretta ci sia dell’altro. Cosa?
Il primo sospetto è che REarm Europe non sia un piano per la Difesa&Sicurezza ma una grande manovra finanziaria e, contemporaneamente, un’azione politico-sociale che punta a un preciso obiettivo.
Chiedere, anzi ordinare, ai Paesi europei di indebitarsi, anche se a condizioni favorevoli, comporterà infatti inevitabilmente il verificarsi di uno dei seguenti scenari. Il primo. Si emetteranno buoni del tesoro sperando che i mercati li acquistino in gran quantità in modo da far crescere il debito dello Stato senza però aumentare le tasse. Il secondo, si aumenteranno tasse, imposte e accise per recuperare, almeno in parte, la somma richiesta (dai 20 ai 40 miliardi). Il terzo, si sposteranno parte dei fondi già destinati ad altri settori (scuola, sanità, infrastrutture) per destinarli a quello Difesa&Sicurezza. Il quarto scenario è una combinazione dei tre precedenti in percentuali tutte da definire.
In ogni caso il tenore di vita dei cittadini, la disponibilità dei servizi – soprattutto sanità e scuola – inizierà o continuerà a decadere, forse poco, forse tanto, ma decadrà. Il che vuol dire che chi se lo può permettere attingerà ai propri risparmi per compensare il peggioramento del servizio pubblico. E chi fornisce servizi privati a pagamento? Le assicurazioni private, la previdenza privata, la sanità privata. Tutte cose le cui azioni sono in mano ai grandi fondi di investimento internazionali, la maggior parte dei quali americani.
Fino a oggi la maggior parte dei soldi gestiti da questi importanti gruppi – fondi provenienti dal così detto “risparmio gestito” – sono finiti in due comparti principali. Il primo è quello dell’Alta Tecnologia, il secondo quello farmaceutico. L’insieme del comparto High TEch (Google, Invida, Tesla, Apple e altri gruppi) è attualmente valutato in borsa attorno ai 15.000 miliardi (quindicimila miliardi di dollari che scritto verrebbe così 15.000.000.000.000 $). Non si tratta di un valore effettivo, cioè derivante da prodotti, infrastrutture, lavoro, oggetti o servizi reali, ma dalla promessa che prima o poi questi si realizzeranno rendendo ricchissimi i possessori delle azioni. È quella che si definisce una “bolla” che come tutte le bolle, prima o poi scoppierà. Quella immobiliare del 2008 era un decimo di questa e ha lasciato il pianeta in mutande per quasi quindici anni. Quella tecnologica e dell’intelligenza artificiale rischia ora di diventare l’Armageddon dell’Occidente.
Il secondo settore è il farmaceutico che, grazie a Dio, regge ancora bene, visto che l’Occidente è pieno di gente anziana e ipocondriaca. Tanto per avere qualche numero nel 2024 La spesa farmaceutica pro-capite italiana (fonte Agenzia Italiana del Farmaco -AIFA) è stata di 612 euro, più o meno sugli stessi livelli di Francia e Spagna e appena inferiore a quelli della Germania (673 euro). Certo i bei tempi del Covid, delle vaccinazioni di massa e delle vagonate di fiale acquistate a prezzi esorbitanti si stanno allontanando e con essi gli extra-profitti per le grandi case farmaceutiche. EuroUrsula ne sa certo qualcosa anche se ormai non si parla più dei contatti diretti e delle altrettanto dirette influenze che la cotonata Valkiria ha intrallazzato con la Pfizzer. Tutto sparito come gli sms che li testimoniavano.
Con un comparto dell’High Tech ipertrofico e – forse – prossimo all’esplosione, e con quello farmaceutico rientrato negli argini, i profeti del capitalismo finanziario avranno pensato bene di rivolgersi al comparto armamenti. Viste le ultime quotazioni di borsa imprese come Fincantieri, Leonardo, Rheinmethal o Thales sembrano averlo compreso alla perfezione.
Alla virata verso il comparto carri armati&affini ha contribuito anche il superflop che le politiche green dell’Unione Europea hanno inflitto all’industria automobilistica europea e che, come direbbe Montalbano, hanno fatto “girare i cabasisi” a gente come VolksWagen, Stellantis, Renault et similia. Una riconversione anche parziale dalle Golf e dalle Smart in blindati potrebbe di certo aiutare a superare il difficile momento imposto all’auto dalla EuroUrsula alla clorofilla.
Ulteriore elemento da considerare è che con questo annuncio EuroUrsula ha tentato di tranquillizzare Donaldo che senza mezzi termini ci ha ordinato di pensare di più ai problemi di sicurezza di casa nostra. Per quanto eccessivo neppure Donaldo ha mai accennato alla possibilità che Vladimiro ci faccia la guerra e anche il segretario di stato Rubio ha confermato che azioni ostili da parte di Mosca sono del tutto improbabili e che comunque sarebbero respinte dalla NATO. Già la NATO. Sembra che EuroUrsula si sia dimenticata che dal 4 aprile 1949 (tra poco sarà il compleanno) l’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico ha garantito la sicurezza in Europa occidentale a fronte di russi ben più pericolosi e determinati degli attuali. E continuerà a farlo non per bontà ma perché questo è l’interesse vitale per Donaldo e i suoi successori, azionisti di maggioranza dell’Alleanza.
A ben guardare quello dell’irascibile biondo-che-fa-impazzire-il-mondo è stato un messaggio rassicurante per l’Europa. Cosa ha detto? Semplice. Il concetto si può sintetizzare in:” Europei, banda di sfaticati pelandroni, visto che la Russia non vi attaccherà né ora, né nei prossimi 20 anni, io non ho né il tempo, né la voglia, né i soldati, né i dollari per continuare a mantenere un ombrello militare a stelle strisce sopra di voi. Tenuto conto che avete eserciti in uno stato pietoso e che per fortuna non ne avrete bisogno nell’immediato futuro, iniziate a darvi una sveglia e a buttare i vostri euro in aerei, satelliti e blindati invece che in previdenza, pensioni sociali e sanità. Nel ringraziarvi del 68% di acquisti in tecnologie militari che fate in America, vi sarei grato se passaste velocemente al 75%. Sapete c’ho un problema con la Cina che non mi lascia dormire”.
Sia chiaro, le forze armate dei Paesi europei (quelle europee in senso stretto non esistono), chi più, chi meno, giacciono tutte ai piedi di Pilato e avrebbero bisogno tutte di robusti programmi di ammodernamento e approvvigionamento di materiali, equipaggiamenti e armi. La responsabilità qui non è né di Vladimiro né di Euroursula, ma dal trentennale convincimento che la guerra fosse sparita e che gli eserciti del 2000 sarebbero serviti solo a tenere a bada qualche esaltato dittatorucolo o portare sollievo in qualche landa desolata. La guerra russo-ucraina è stata una sveglia davvero brusca.
Oltre e prima che di armi e scarponi i nostri eserciti avrebbero soprattutto bisogno di uomini. Quest’ultimo aspetto non è stato neppure sfiorato da EuroUrsula e si può essere certi che non lo sarà neppure dai Capi di Stato e di Governo ai quali ha fatto appello. Se infatti si può fare una manovra finanziaria speculativa spostando soldi dalle siringhe e dai vaccini ai cannoni e ai missili, tutt’altro discorso è convincere i giovani dei paesi dell’Unione a indossare una divisa e a rischiare la vita per i valori condivisi dell’Unione. E quali sarebbero? La famiglia? Sono sessant’anni che la si attacca in continuazione. L’ultima invenzione il patriarcato. La Patria? E quando mai, visto che menzionare la terra dei padri è stato per anni e anni sinonimo di fascismo. La Democrazia? Nemmeno. Guardiamo al peso sempre minore che le opinioni del popolo esercitano sulla politica degli stati. Qualche esempio? La legge elettorale italiana che non permette di scegliere i candidati ma solo i partiti o la decisione della corte costituzionale rumena di non far candidare Călin Georgescu perché filo-russo e via così. D’altra parte, non era forse stata Margareth Thatcher, icona dell’imperante neo-liberismo finanziario ad affermare che le società non esistono, ma esistono solo gli individui? E adesso si ha la pretesa che questi individui accorrano sotto le bandiere di un inesistente esercito europeo? Ci vorranno forse 50 o 60 anni e un drastico cambiamento di cultura per poter far loro questa domanda sperando in un ragionevole successo.
In conclusione, se il REarm Europe è con ogni probabilità una manovra di riposizionamento dei mercati finanziari europei; se così facendo si rabbonisce – forse – il Donaldo furioso e lo si dissuade dal imporre dazi del 200 % sul gorgonzola o sul Nebbiolo delle Langhe; se con questa decisione si intende dare un’ulteriore spallata allo stato sociale che ha permesso l’incredibile benessere di un intero continente, spingendolo così verso il modello americano. Se il discorso della EuroUrsula era solo questo, mi chiedo allora che bisogno c’era di scomodare Vladimiro e le sue orde per metterci paura. In Europa apparteniamo tutti a civiltà che hanno almeno un paio di millenni se non molti di più. Abbiamo visto Re e Imperatori, Papi e regine, invasioni, rivoluzioni, pestilenze, guerre quante ne vuoi. Secondo Lei, EuroUrsula, ci dovremo davvero spaventare per Vladimiro bloccato tra Roncobilaccio e Barberino del Mugello. Anche solo per prenderci in giro avremo meritato uno sforzo in più. Ah, lunedì i parrucchieri sono chiusi. Anche a Mosca.
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